La frana di Petacciato spacca l’Italia: quei 4 chilometri di terra che hanno fermato l’Adriatica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si chiama Petacciato, un pugno di case affacciato sull’Adriatico in provincia di Campobasso, ed è diventato il punto esatto in cui la mobilità nazionale, ieri come oggi, si è interrotta. Le immagini riprese dal drone, quelle che mostrano il versante collinare che scivola verso il basso come una colata lenta ma inesorabile, restituiscono la scala del fenomeno: un fronte franoso lungo oltre quattro chilometri che si è rimesso in movimento, probabilmente a causa delle piogge intense di questi giorni, deformando il terreno fino a rendere impraticabili sia l’asfalto dell’autostrada che l’acciaio dei binari. A osservare i rilievi, ci si rende conto che non si tratta di un crollo improvviso, bensì del risveglio – per l’esattezza l’ennesimo – di un gigante dormiente che gli esperti conoscono bene: una massa argillosa complessa che, come documentano i registri geologici, si muove almeno dal lontano 1916.

Se l’occhio del drone racconta il disastro geologico, sono i numeri della logistica a raccontare il disastro economico e sociale. Sul fronte stradale, i tratti autostradali della A14 sono diventati vicoli ciechi: da Vasto sud a Termoli in direzione Bari e da Poggio Imperiale a Vasto sud in direzione Pescara, il traffico è stato bloccato in via precauzionale dopo che i sensori di monitoraggio hanno dato l’allarme. Quanto ai treni, la situazione non è migliore. Il movimento del terreno, infatti, ha letteralmente "storto" le rotaie nel tratto compreso tra Montenero di Bisaccia e Termoli, costringendo Rete Ferroviaria Italiana a sospendere la circolazione e a dirottare i convogli a lunga percorrenza su percorsi alternativi, passando per Roma o per l’entroterra campano. È, di fatto, una cesura netta lungo la spina dorsale del Paese.

«Settimane, se non mesi»: la stima dei tecnici sulla durata dell’emergenza

Per chi sperava in una rapida soluzione, le parole del capo dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, hanno suonato come una doccia gelata. Nel corso del Comitato operativo convocato d’urgenza, Ciciliano ha spiegato senza mezzi termini che l’orizzonte temporale per il ripristino non si misura in giorni, ma in termini ben più lunghi. La ragione è strutturale: la frana, in questo momento, non si è ancora stabilizzata. E fintanto che la terra continuerà a spostarsi – coinvolgendo un’area di circa 4 chilometri quadrati – qualsiasi opera di riparazione sarebbe inutile, se non pericolosa. Le stesse dichiarazioni del presidente della Regione Molise, Francesco Roberti, hanno confermato la gravità della situazione, sottolineando che questa non è una crisi locale, ma una ferita che taglia in due l’intero sistema logistico nazionale.

E mentre la politica e i vertici della protezione civile cercano di coordinare gli interventi, la vita reale della dorsale adriatica si è trasformata in un incubo di deviazioni e code chilometriche. I filmati diffusi mostrano serpentoni di tir e auto incolonnati nei pressi del casello di Vasto sud, dove i conducenti, spesso senza valide alternative, sono costretti a inerpicarsi su statali secondarie come la Trignina o la Fondovalle Sangro, percorsi che collassano sotto il peso di un traffico pensato per l’autostrada. I disagi maggiori, come era prevedibile, si registrano per i mezzi pesanti: per loro, chi viaggia verso il Sud viene dirottato sull’A1, con un allungamento dei percorsi di centinaia di chilometri.

Le case che scivolano e la storia infinita del dissesto idrogeologico

Non si fermano però alle sole infrastrutture i danni provocati da questa riattivazione. Nell’abitato di Petacciato, la situazione è drammatica e tocca da vicino la vita delle persone. Il terreno argilloso, saturo d’acqua, si sta muovendo anche sotto le fondamenta delle abitazioni, costringendo il sindaco, Antonio Di Pardo, a disporre l’evacuazione di decine di famiglie. Secondo le ultime stime, gli sfollati sarebbero circa una cinquantina, molti dei quali hanno trovato riparo da parenti, mentre altri sono stati sistemati in strutture ricettizie. È un’emergenza nella emergenza, quella di mettere in sicurezza i residenti, mentre la terra sotto i loro piedi continua a cedere.

A rendere la vicenda ancora più amara, per chi abita questi luoghi, c’è la consapevolezza che non si tratta di un fulmine a ciel sereno. La frana di Petacciato è, per l’appunto, una vecchia conoscenza della geologia italiana. Lo stesso Antonello Fiore, presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale, ha ricordato come negli anni Novanta fossero stati stanziati fondi ingenti – si parlò di miliardi di vecchie lire – proprio per mettere in sicurezza questo versante, e come ancora nel 2021 la Regione avesse annunciato gare per interventi da oltre 40 milioni di euro. Eppure, nonostante l’allarme suoni periodicamente (ultimo episodio significativo nel 2015, quando furono abbattute una decina di case), le opere strutturali che potrebbero mitigare il rischio non sono ancora partite. Così, il Molise si ritrova ancora una volta a fare i conti con la fragilità del suo territorio, pagando un prezzo altissimo in termini di isolamento.

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