La frana “storica” di Petacciato taglia in due l’Italia: A14 e ferrovia chiuse a tempo indeterminato
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Redazione Interno
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Il risveglio, improvviso e violento, del gigante di fango che sovrasta il litorale molisano ha di fatto paralizzato l’intero corridoio adriatico, isolando le regioni del Sud dal resto del Paese. Quel che era noto agli esperti come il fronte franoso più esteso d’Europa – una massa antica e silenziosa nei pressi di Petacciato – si è rimesso in moto a causa dell’ondata di maltempo che non dà tregua al centro-sud, provocando una frattura netta non solo nel territorio ma anche nella spina dorsale dei trasporti nazionali. Le imponenti crepe apparse sul manto dell’asfalto, insieme alla deformazione dei binari (rilevata con uno scostamento di una decina di centimetri dalla loro sede originaria), hanno costretto le autorità a chiudere al transito due arterie fondamentali, gettando migliaia di pendolari e automobilisti in una situazione di stallo logistico senza precedenti.
Un corridoio bloccato tra dissesti e smottamenti attivi
Sulla dorsale autostradale, il tratto dell’A14 compreso tra gli svincoli di Vasto Sud e Termoli è stato interdetto in entrambe le direzioni, una decisione resa inevitabile dalle lesioni strutturali sulla carreggiata che rendono insicuro il transito anche dei soli mezzi leggeri. Parallelamente, sulla linea ferroviaria adriatica, la circolazione dei treni è sospesa tra Termoli e Montenero di Bisaccia; i sensori di ultima generazione installati lungo la tratta, rilevando il movimento incessante del terreno, hanno bloccato automaticamente i convogli in arrivo, evitando conseguenze ben più gravi. Al momento, come fa sapere Trenitalia attraverso i propri canali ufficiali, non è possibile prevedere i tempi di ripristino della linea: i tecnici di Rete Ferroviaria Italiana sono sul posto, ma il loro lavoro di monitoraggio è ostacolato dalla natura ancora “attiva” della frana, che continua a cedere sotto il peso dell’acqua accumulata nei giorni scorsi.
Il paese isolato e la viabilità in tilt
A pagare il prezzo più alto, in termini di isolamento fisico, è la stessa comunità di Petacciato, rimasta di fatto senza vie di fuga agibili. Il collasso del ponte sul Trigno lungo la statale 87, avvenuto nei giorni precedenti, aveva già compromesso pesantemente la viabilità secondaria; oggi, con la parallela Statale 16 anch’essa interrotta per il cedimento di un viadotto, l’accesso al paese è affidato esclusivamente a tortuose strade interne, del tutto inadatte a sopportare i flussi di traffico pesante. Per gli automobilisti diretti verso il Salento o verso il Nord, le alternative proposte da Autostrade per l’Italia si rivelano proibitive: i mezzi leggeri vengono deviati sulla SS650 Trignina attraverso l’entroterra, mentre per i mezzi pesanti e le lunghe percorrenze l’unica soluzione praticabile è quella di arretrare fino alla dorsale tirrenica, utilizzando la A1 Milano-Napoli in combinazione con la A16 Napoli-Canosa, un giro che allunga i tempi di viaggio nell’ordine di diverse ore.
Monitoraggi aerei e l’assenza di una soluzione immediata
Le immagini catturate dai droni dei vigili del fuoco, sorvolando l’area del cedimento, restituiscono la reale portata della catastrofe geologica: un fronte di fango e detriti che si estende per quasi quattro chilometri lungo la costa, divorando letteralmente i tracciati infrastrutturali che lo attraversano. Non si tratta di un crollo improvviso, ma del “risveglio” di una frana quiescente, la cui natura argillosa la rende particolarmente sensibile all’accumulo idrico. Per questo motivo, le parole degli esperti della Protezione Civile lasciano intendere che non ci si possa aspettare una rapida riapertura; l’assestamento del terreno è una condizione imprescindibile per poter anche solo ipotizzare interventi strutturali di riparazione, una prospettiva che, allo stato attuale dei fatti, appare ancora lontana.




