La crisi silenziosa dell’autotrasporto umbro: 383 imprese sparite in dieci anni e lo sciopero di 144 ore che blocca le merci

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il settore dell’autotrasporto, da sempre considerato un termometro sensibile dello stato di salute dell’economia reale, sta attraversando una fase particolarmente acuta della sua lunga agonia. A certificare la gravità del fenomeno sono i numeri, freddi e inequivocabili, che arrivano dall’Umbria: una regione, quella del cosiddetto “Cuore Verde”, che negli ultimi dieci anni – dal 2015 al 2025 – ha visto scomparire 383 imprese attive, un tracollo che rappresenta un calo del 26,2 per cento. Se si scorrono i dati con sguardo provinciale, emerge un ulteriore squilibrio: Perugia, con una flessione del 26,5 per cento, è risultata leggermente più penalizzata rispetto a Terni, ferma a un meno 25 per cento. In valori assoluti, il parco mezzi umbro è scivolato dalle 1.462 aziende censite a sole 1.078.

Lo sciopero nazionale e l’emergenza carburante

Proprio mentre la regione registrava questa emorragia di partite Iva, è scattata – ed è questo il fatto di cronaca di oggi, 20 aprile – una mobilitazione nazionale che rischia di paralizzare l’intera logistica italiana. Gli autotrasportatori hanno proclamato uno sciopero di 144 ore, un fermo lungo quasi una settimana che si concluderà alle 24 del 25 aprile. La protesta, indetta nonostante il parere non vincolante della Commissione di Garanzia per gli scioperi, mira a denunciare quella che viene definita una “emergenza carburante”, un’impennata dei costi di gestione che, insieme al rincaro del gasolio, sta rendendo insostenibile la sopravvivenza di molte piccole e medie imprese. Le prime conseguenze si sono già viste lungo la dorsale adriatica: presidi di camionisti sono stati allestiti al casello della A14 di Lesina-Poggio Imperiale e in un’area di servizio della statale 16, in località Ripalta. Da lì, l’obiettivo dichiarato è quello di convincere quanti più colleghi a fermarsi, allargando il blocco ad altri nodi strategici della viabilità.

I rischi per la logistica e i prezzi al consumo

Se l’adesione sarà ampia – ed è questa la variabile che tiene in apprensione gli analisti – si temono conseguenze a cascata sull’intera filiera distributiva. Rallentamenti pesanti nella logistica, ritardi nelle consegne di beni deperibili e non, e infine un effetto quasi certo: il possibile aumento dei prezzi al consumo per l’utente finale. Quando il trasporto su gomma si blocca per sei giorni, sono i supermercati e i magazzini a restare a secco; e quel vuoto sugli scaffali, come insegna la cronaca di analoghe proteste passate, finisce quasi sempre per tradursi in un rincaro immediato dei prodotti, dagli alimentari ai materiali edili. Gli stessi promotori dello sciopero parlano di una protesta necessaria per fermare un “caro carburante” che ormai divora i margini di guadagno, costringendo molti a lavorare in perdita.

Un settore allo stremo tra numeri e asfalto

Non si tratta, va detto, di un fenomeno circoscritto alle sole ultime settimane. La crisi strutturale dell’autotrasporto italiano si trascina da anni, ma l’Umbria ne rappresenta oggi un caso quasi emblematico: perdere oltre un quarto delle proprie imprese in un decennio significa assistere allo smantellamento di un intero tessuto produttivo. Quei 383 marchi in meno – si passava da 1.462 a 1.078 – raccontano di padroncini che hanno chiuso i cancelli, di automezzi venduti all’asta o parcheggiati a rimanere, di professionisti della strada che hanno dovuto abbandonare il mestiere. E ora, con i blocchi previsti fino a venerdì prossimo, il rischio concreto è che il disagio si rovesci sui consumatori, mentre i camionisti restano fermi a bordo strada, davanti ai caselli, in attesa che qualcuno ascolti le loro ragioni.

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