Autotrasporto in caduta libera, duemila imprese sparite in Veneto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il motore dell’economia, quello che tiene in movimento le merci su e giù per le autostrade, sta perdendo colpi in maniera preoccupante. Un’analisi dettagliata condotta dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, i cui dati sono stati anticipati in esclusiva, fotografa una contrazione drammatica del settore nel Triveneto. In Veneto, che pure resta una delle regioni portanti del nord-est, nel giro di un decennio hanno abbassato la saracinesca circa duemila imprese di trasporto, un numero che, seppur distribuito in un arco temporale ampio, lascia il segno di una ferita profonda nel tessuto produttivo locale. Le province di Belluno e Treviso, in particolare, guidano questa triste classifica interna, mostrando una vulnerabilità che va ben oltre le fluttuazioni congiunturali del mercato.

Un fenomeno nazionale, con picchi allarmanti al Nordest

Il quadro che emerge, del resto, non è isolato ma si inserisce in un contesto nazionale altrettanto difficile, dove il calo degli operatori ha assunto proporzioni strutturali. L’Umbria, per citare un caso, ha visto scomparire 383 attività in dieci anni, un calo del 26,2 per cento che la colloca in una posizione centrale nella graduatoria delle regioni. Alcune di esse, tuttavia, hanno subito perdite ancora più pesanti: la Valle d’Aosta, ad esempio, ha registrato una contrazione del 34,1 per cento, mentre il Friuli Venezia Giulia, confinante con il Veneto, ha perso il 30,5 per cento delle sue imprese di autotrasporto, pari a 449 unità. Dati che, presi insieme, disegnano una geografia della crisi che colpisce con particolare durezza alcune macroaree, indebolendo un sistema logistico fondamentale per l’intero Paese.

La morsa dei costi e il nodo delle norme

All’origine di questo dissesto, che ha costretto molti “padroncini” a chiudere l’attività, ci sono fattori ben precisi e ricorrenti nelle proteste degli operatori. Il carico del carburante, il cui prezzo oscilla in modo spesso imprevedibile, grava in maniera insostenibile sui bilanci, erodendo margini già esigui. A questo si aggiunge, come denunciato in un recente seminario a Porto Sant’Elpidio dalle organizzazioni di categoria, un panorama normativo farraginoso e incerto, che non aiuta le piccole imprese a programmare il futuro. Se da un lato è stato scongiurato, per il momento, un provvedimento fiscale particolarmente gravoso come la cancellazione della compensazione accise contributi, la pressione sul settore rimane altissima, soffocata da una burocrazia che molti definiscono “asfissiante”.

Il caso emblematico del ferrarese

La gravità della situazione emerge con forza anche da casi territoriali specifici, dove i numeri assumono un volto concreto. Nella provincia di Ferrara, per esempio, l’emorragia è stata ancora più consistente della media nazionale: dalle 700 aziende attive nel 2015 si è passati alle 483 del 2025, con un crollo del 31 per cento che equivale alla scomparsa di 217 realtà economiche. Un tracollo che supera di gran lunga le medie dell’Emilia-Romagna e che racconta, senza bisogno di molti giri di parole, di una crisi che ha bruciato posti di lavoro e fatto svanire know-how accumulato in anni di lavoro. Un patrimonio di esperienza e di servizio che, una volta disperso, difficilmente potrà essere ricostituito in tempi brevi, con ripercussioni a catena su tutti i settori industriali che da quel trasporto dipendono.

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