Il conto salato del gasolio: l’autotrasporto piemontese minaccia lo stop tra crisi e imprese a terra
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Redazione Economia
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L’autotrasporto piemontese, che come noto rappresenta una delle colonne portanti della logistica del Nord-Ovest, si prepara a tirare il freno a mano. Ancora non si conoscono le date precise del fermo, sebbene a livello nazionale si parli ormai con insistenza di una finestra temporale che andrebbe dal 24 al 29 maggio. I motori, in un clima di tensione crescente destinato a trasferirsi dai piazzali alle arterie vitali, sembrano destinati a spegnersi; una prospettiva, questa, che minaccia di paralizzare non solo i depositi, ma l’intera economia regionale, data la stretta interdipendenza tra fabbriche e movimentazione delle merci.
L’allarme, del resto, non arriva isolato. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, il comparto sta subendo una emorragia senza precedenti: negli ultimi dieci anni, dal 2015 a oggi, è andata persa quasi un’impresa su quattro, con lo stock nazionale sceso da 87mila a 67.350 unità attive. Se a questo dato strutturale si aggiunge l’impennata dei prezzi dovuta al conflitto in corso nel Golfo, lo scenario diventa esplosivo. Il caro-gasolio, la cui incidenza sulle spese operative tocca ormai la soglia di circa un terzo del totale per gli autotrasportatori, sta agendo come un moltiplicatore di una crisi di liquidità già letale.
Un extra-costo da 1,5 miliardi e il "boomerang" del taglio delle accise
Nonostante il provvedimento governativo che ha ridotto le accise di 20 centesimi al litro lo scorso 19 marzo, la guerra e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno vanificato i benefici. Il prezzo del diesel, schizzato da una media di 1,676 euro a 2,005 euro al litro (un balzo del 20 per cento), ha generato per i soli primi due mesi di conflitto una stima di extra-costi pari a circa 1,5 miliardi di euro a carico dei camionisti italiani. Una beffa, quella della manovra sulle accise, che si è rivelata controproducente per molti vettori: lo sconto alla pompa, infatti, viene decurtato automaticamente dal meccanismo di rimborso fiscale di cui godono gli autotrasportatori professionali, neutralizzando di fatto l’agevolazione per chi possiede mezzi più moderni e a basso impatto.
A ciò si aggiunge, spiegano le associazioni di categoria come Cna Fita e Confartigianato, la questione strutturale dei tempi di pagamento. Se il carburante va saldato immediatamente o con fatturazione settimanale, le prestazioni di trasporto vengono liquidate dai committenti a 60, 90 o addirittura 120 giorni. Questo scarto temporale, in un settore dove i margini sono ridotti all’osso, prosciuga la liquidità delle imprese, costrette ad anticipare capitali che rientreranno solo mesi dopo, quando forse sarà già troppo tardi per onorare i debiti correnti. Un meccanismo che rischia di mandare in tilt anche i contratti a lungo termine, dove l’applicazione della "fuel surcharge" (la clausola di adeguamento del prezzo al costo del greggio) non sempre viene riconosciuta o risulta di difficile applicazione pratica.
La protesta e il confronto a Roma: nodi irrisolti in vista dello stop
La situazione di stallo ha spinto Unatras, organismo unitario che rappresenta la maggioranza degli operatori, a proclamare ufficialmente lo stop nazionale per cinque giorni, dal 25 al 29 maggio. La decisione, maturata dopo un lungo periodo di attesa, ha portato a un primo confronto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove i rappresentanti di Cna Fita Arezzo e Confartigianato Trasporti hanno registrato un "segnale di apertura" senza però ottenere, almeno per ora, quelle misure concrete e immediate ritenute indispensabili.
C’è poi un capitolo delicato legato ai rimborsi delle accise e al credito d’imposta. Secondo le ultime rilevazioni, la stangata per un singolo mezzo pesante, considerando un pieno di 500 litri, è di circa 250 euro in più rispetto a fine 2025, e se il prezzo del carburante restasse sopra la fatidica soglia dei 2 euro, si prospetta un esborso annuo aggiuntivo di oltre 17mila euro per ogni tir. Le imprese, senza liquidità e con i magazzini vuoti, non chiedono altro che la riparametrazione di questi strumenti finanziari, l’anticipazione del credito d’imposta per i rimborsi accise e la messa in sicurezza dei meccanismi di salvaguardia per evitare che la protesta si trasformi in una paralisi totale dell’economia nazionale.




