Rai, lo stallo infinito in vigilanza e la “censura” a Floridia: maggioranza al bivio tra rimpasto e muro
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Redazione Interno
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La dinamica della paralisi, che ormai da un anno e mezzo impedisce alla commissione di Vigilanza Rai di esercitare le proprie funzioni, ha subito una nuova, drammatica accelerazione sui banchi del Senato. L’occasione, o meglio il pretesto per la deflagrazione, è stato l’esame del decreto Sicurezza. In quell’aula, la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia, che tra l’altro ricopre la carica di presidente della stessa commissione bloccata, ha provato a riportare il monito lanciato poche ore prima dal capo dello Stato, il quale aveva bollato come «inaccettabile» l’impasse che tiene in ostaggio il servizio pubblico. Un tentativo, il suo, subito strozzato sul nascere.
La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, seduta al seggio della presidenza di turno, ha interrotto l’intervento della collega quasi prima che iniziasse. «Non è nell’ordine dei lavori», ha tagliato corto l’esponente di Forza Italia, ordinando di fatto lo spegnimento dei microfoni per impedire qualsiasi riferimento alla mancata operatività dell’organo di garanzia. Dalle opposizioni, inevitabile e immediata, è partita la protesta: per loro si è trattato di una vera e propria censura nei confronti del Quirinale. La stessa Floridia, uscendo dall’aula dopo la sospensione della seduta, ha parlato di «violenza istituzionale», accusando la maggioranza di voler nascondere un problema che ormai non ha più solo una valenza politica interna, ma anche giudiziaria.
E qui si innesta il nodo forse più spinoso della vicenda, quello che va oltre lo scontro tra scranni. Le opposizioni, infatti, non chiedono solo che si discuta della governance dell’azienda di viale Mazzini. La richiesta che sta circolando nei palazzi romani, formalizzata attraverso l’annuncio di Floridia, è quella di un’informativa urgente in Parlamento. Il destinatario sarebbe il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il motivo è duplice: da un lato c’è la necessità di capire come intenda sbloccare la commissione (dove la maggioranza fa mancare il numero legale per evitare di votare i presidenti) e dall’altro c’è la questione, molto concreta, del mancato recepimento del Media Freedom Act europeo. L’Italia, che rischia una procedura di infrazione su questo fronte, viene accusata di tenere in ostaggio una riforma che Bruxelles vuole per garantire l’indipendenza dell’informazione dal potere esecutivo. «Giorgetti venga a spiegare perché non recepiamo un regolamento che prevede più libertà», è la sintesi della linea dura delle minoranze.
Il muro di Simona Agnes e la contromossa del governo
Al cuore del polverone sollevato in Aula, però, c’è una questione di poltrone che l’esecutivo fatica a risolvere. La paralisi della Vigilanza è direttamente collegata alla candidatura di Simona Agnes, indicata dal centrodestra per la presidenza della Rai. L’opposizione si rifiuta di votarla, e la maggioranza, per rappresaglia, boicotta i lavori della commissione impedendo qualsiasi attività. Questo meccanismo perverso, che tiene l’azienda in una sorta di limbo decisionale, è ciò che il presidente Mattarella ha definito “inaccettabile” e che ha scatenato la bagarre di Palazzo Madama.
Eppure, proprio mentre Ronzulli spegneva i microfoni a Floridia, sullo sfondo si stava facendo largo una trattativa che potrebbe ribaltare lo scenario. Secondo quanto si apprende da ambienti parlamentari e governativi, la maggioranza starebbe valutando una manovra di rimpasto per ricucire i rapporti con il Colle. L’idea, discussa tra palazzo Chigi e le segreterie dei partiti, sarebbe quella di ricollocare Simona Agnes. L’ipotesi concreta è di spostarla dalla poltrona di presidente (quella per cui servono i voti dell’opposizione) a quella di amministratore delegato, sostituendo l’attuale direttore generale Roberto Sergio. In questo modo, il ruolo di vertice verrebbe affidato a un’altra figura (magari più tecnica o gradita al Quirinale), aggirando lo stallo che tiene bloccata la Vigilanza.
Una soluzione, questa, che Forza Italia, il partito a cui Agnes è storicamente legata (ricordando il ruolo del padre Biagio), guarda con interesse, sebbene al momento la diretta interessata smentisca l’imminenza di un passo indietro. Ma anche se il rimpasto andasse in porto, resterebbe irrisolto il nodo politico del mancato recepimento della direttiva europea. Perché, al netto dei nomi, la riforma della Rai chiede un disimpegno della politica dalla gestione quotidiana, e questo è un terreno sul quale l’attuale maggioranza, abituata a gestire l’azienda come un feudo, sembra intenzionata a non cedere.




