Fine vita, il governo pronto a impugnare la legge toscana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nei corridoi di Palazzo Chigi si respira un’aria di attesa. Si aspetta solo che la legge sul fine vita, approvata dal Consiglio regionale della Toscana, venga pubblicata sul bollettino ufficiale per dare il via all’intervento degli avvocati dello Stato. L’obiettivo è chiaro: impugnare la norma che stabilisce tempi e procedure per l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria, un diritto riconosciuto dalla Corte costituzionale ormai cinque anni e mezzo fa. Una mossa che ripercorre le orme di quanto già accaduto con la legge analoga dell’Emilia-Romagna, anch’essa finita nel mirino del governo.

La legge toscana, che regolamenta l’accesso al suicidio medicalmente assistito per i malati terminali, rappresenta un nuovo tassello in un dibattito nazionale ancora irrisolto. Nonostante la sentenza della Consulta del 2019, che ha aperto la strada a questa possibilità, manca una normativa nazionale che definisca un quadro chiaro e uniforme. E mentre alcune regioni cercano di colmare il vuoto legislativo, il governo sembra intenzionato a bloccare ogni iniziativa autonoma, sostenendo che la competenza in materia spetti allo Stato.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, non ha usato giri di parole: «Se dipendesse da me, sì, il governo impugnerebbe la legge toscana. Non è una questione di competenza regionale, serve una legge nazionale». Una posizione che riflette quella del centrodestra, che in Consiglio regionale toscano ha votato contro la norma. Tajani, tuttavia, ammette che la decisione finale sarà frutto di un confronto interno.

Intanto, il dibattito si arricchisce di nuove voci, come quella di Luca Zaia, governatore del Veneto, spesso criticato dalla destra per le sue posizioni favorevoli al fine vita. «Non è una questione di essere liberal», ha precisato Zaia, ricordando la sua gestione della pandemia, quando fu il primo a istituire una zona rossa e a chiudere il Carnevale di Venezia. «Ho sempre guardato in faccia la realtà», ha aggiunto, sottolineando la necessità di una legge nazionale che regoli il fine vita senza lasciare spazio a interpretazioni contrastanti.

Nel frattempo, in Lombardia si è registrato il primo caso di suicidio medicalmente assistito, il sesto in Italia. Una paziente ha avuto accesso a un farmaco letale fornito dal Servizio sanitario nazionale, seguendo la procedura stabilita dalla Corte costituzionale dopo il caso di dj Fabo. Un evento che riaccende i riflettori sull’urgenza di una normativa chiara, mentre il governo sembra più concentrato a bloccare le iniziative regionali che a proporre soluzioni condivise.

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