Schlein si candida a Palazzo Chigi e il campo largo cerca l'intesa sul caro-vita
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Redazione Interno
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Elly Schlein ha scelto la platea dell'assemblea nazionale del Partito democratico, alla Nuvola di Roma, per sciogliere le riserve e annunciare la propria candidatura alla presidenza del Consiglio. «Sono pronta, determinata, onorata e orgogliosa di potere guidare questa straordinaria comunità che non ha pari in Italia, e di guidarla come candidata alla Presidenza del Consiglio, con o senza primarie».
La formulazione scelta dalla segretaria dem chiude mesi di ambiguità e pone una questione dirimente per l'intera alleanza di centrosinistra, chiamata ora a confrontarsi su tempi e modi della scelta del candidato premier in vista delle prossime elezioni politiche.
La posta in gioco nel campo largo
La candidatura della leader democratica non è un passaggio scontato all'interno della coalizione. Il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, coltiva da tempo la stessa ambizione e nelle settimane precedenti aveva insistito sulla necessità di convocare le primarie il prima possibile, subito dopo il tavolo programmatico. La nuova legge elettorale, che impone l'indicazione del candidato premier al momento della presentazione delle liste, ha reso la questione improrogabile, trasformando quella che era una disputa teorica in un nodo politico concreto.
La posizione di Schlein, espressa con un tono che non lascia margini di trattativa, sposta il baricentro del confronto. Da un lato c'è la rivendicazione del principio democratico secondo cui la guida della coalizione spetta al partito che ha il maggior consenso; dall'altro resta aperta la porta alle primarie, purché non si trasformino in un teatro di divisioni. «Se le facciamo le faremo come grande festa popolare, non abbiamo paura della democrazia e del voto», ha precisato la segretaria, cercando di disinnescare le preoccupazioni degli alleati.
L'urgenza delle piazze e la manifestazione unitaria
Mentre a Roma si celebrava l'assemblea democratica, nelle piazze di mezza Italia andava in scena una mobilitazione di segno diverso ma convergente. La Cgil, insieme a oltre cento associazioni, ha portato in piazza del Popolo a Roma più di centomila persone contro il caro-vita, contro la precarietà e contro le scelte di bilancio del governo Meloni.
Il segretario generale Maurizio Landini ha annunciato dal palco uno sciopero generale per il 20 novembre, definendo la manovra in discussione «abbastanza schifosa» e attaccando i quattordici miliardi destinati alla spesa militare.
A quella manifestazione hanno preso parte, seppur con modalità e tempi diversi, tutti i leader del campo progressista. Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno ascoltato Landini da sotto il palco, mentre Conte ha preferito mescolarsi ai manifestanti. Al termine degli interventi i quattro si sono ritrovati, stretti in un abbraccio e in una stretta di mano che ha provato a dare l'immagine di una coalizione capace di stare insieme sui temi concreti prima ancora che sulle candidature.
Da quell'incontro è emersa la decisione di convocare una manifestazione unitaria contro il caro-vita, da tenersi prima dello sciopero generale di novembre. Una scelta che risponde a una precisa sollecitazione arrivata dalle assemblee di Avs, dove Fratoianni e Bonelli avevano lanciato la proposta di una piazza con le bandiere dei partiti del centrosinistra, distinta ma complementare rispetto a quella a trazione sindacale. L'obiettivo dichiarato è dare una collocazione politica a quel malcontento che le piazze stanno esprimendo con crescente intensità.
Gli ostacoli interni e le distanze da colmare
Il cammino verso l'unità non è privo di attriti. All'interno del Partito democratico l'ordine del giorno che designa Schlein come candidata ha raccolto 578 voti favorevoli, tre contrari e ventisei astenuti, con la minoranza riformista che ha scelto l'astensione pur dichiarando sostegno alla segretaria in un'eventuale competizione primaria. Il senatore Filippo Sensi ha commentato sui social con una nota di cautela: «Unità sì. Unanimità no. Non c'era bisogno di forzature».
Sul fronte alleato, le perplessità riguardano soprattutto il metodo. Angelo Bonelli, co-leader di Avs, ha espresso una «profonda preoccupazione» per le primarie, sostenendo che non aiutano a unire ma amplificano le differenze. La sua posizione, ha tenuto a precisare, non è contro la segretaria democratica né contro Conte, ma nasce dal timore che un confronto troppo acceso possa indebolire la coalizione anziché rafforzarla.
Il nodo del programma resta sullo sfondo e riguarda questioni tutt'altro che marginali, dalla politica estera alla difesa. Conte ha ribadito la necessità di trovare una sintesi sull'Ucraina, riconoscendo che le sensibilità dei partiti non sono identiche, mentre Schlein ha indicato nella scuola pubblica, nel lavoro dignitoso e nel contrasto al lavoro nero i terreni su cui costruire un'identità comune. La partita, insomma, si gioca su due tavoli paralleli: quello delle regole per scegliere chi guida e quello dei contenuti che dovranno tenere insieme anime diverse.
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