Le petroliere fantasma degli Emirati sfidano il blocco iraniano a Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che lo Stretto di Hormuz sia da sempre un passaggio obbligato eppure delicatissimo per il greggio mondiale è un dato acquisito, una costante geopolitica che ogni crisi nella regione rischia di trasformare in un’emergenza energetica globale. Eppure, nonostante le minacce e la chiusura decretata dall’Iran – una ritorsione che avrebbe dovuto soffocare i traffici commerciali – alcune petroliere degli Emirati Arabi Uniti, caricando il loro prezioso greggio, sarebbero comunque riuscite a solcare quelle acque proibite. Lo hanno fatto di nascosto, quasi come ombre: spegnendo i sistemi di geolocalizzazione, i cosiddetti transponder, e accettando, nella loro traversata silenziosa, il rischio concreto di un attacco missilistico o di un abbordaggio da parte dei Pasdaran.

I numeri di un’elusione sistematica

A dirlo non sono solo le indiscrezioni, ma anche alcuni dati che cominciano a filtrare dagli ambienti marittimi e finanziari. Ad aprile, secondo fonti vicine alle rilevazioni sui flussi petroliferi, la principale compagnia statale emiratina sarebbe riuscita a esportare sei milioni di barili di greggio. Un volume, questo, difficilmente compatibile con una chiusura totale dello Stretto. All’imbocco del Golfo, nel frattempo, i sistemi di sorveglianza hanno registrato un picco anomalo di imbarcazioni che navigavano a transponder spento. Una pratica, quest’ultima, che viola le norme internazionali sulla sicurezza della navigazione ma che, in circostanze come quelle attuali, diventa l’unica via percorribile per chi non vuole sottostare al veto iraniano.

La rotta designata da Teheran (e la petroliera maltese)

E c’è di più, perché il blocco non è stato univoco. L’agenzia di stampa Tasnim, organo ufficioso dei Pasdaran, ha riferito di una petroliera battente bandiera maltese – carica di greggio iracheno e diretta in Vietnam – che avrebbe attraversato lo Stretto seguendo una rotta designata proprio dalle forze armate iraniane. Una sorta di corridoio contingentato, insomma, dove qualcosa passa ma solo con il permesso di chi, tecnicamente, il blocco lo impone. Nelle stesse ore, secondo quanto ricostruito da Reuters, tre altre petroliere hanno compiuto la traversata con i localizzatori spenti, nel tentativo di mimetizzarsi tra le onde e sfuggire ai radar nemici.

Immagini radar e arrivi strategici in Corea del Sud

Le immagini radar, però, non mentono. E mostrano ciò che le mappe satellitari non colgono e le rilevazioni ottiche non vedono: navi che si muovono in silenzio, fasci di acciaio carichi di greggio, intenti a eludere l’imbuto del Golfo Persico. È accaduto nei giorni scorsi, si è ripetuto lunedì 11 maggio ed è proseguito martedì 12 maggio: un transito ombra, fatto di petroliere e cargo in fuga, di capitani che tengono spento l’AIS (l’identificatore automatico) pur sapendo di giocarsi la copertura assicurativa e la vita. Intanto, la petroliera Odessa – la stessa bandiera maltese – è arrivata in Corea del Sud dopo aver attraversato lo Stretto prima del nuovo blocco annunciato dall’Iran. Un arrivo considerato strategico, a Seul, per le forniture energetiche. A dimostrazione che, anche quando il cerchio si stringe, c’è sempre qualcuno disposto a passare nel buio.

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