La polemica su Aldo Cazzullo e Sal Da Vinci, e quel possibile prezzo da pagare in via Solferino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La frase, quella incriminata, è stata scritta nero su bianco sulle pagine del Corriere della Sera e in molti, a Milano come a Napoli, se la ricordano bene: “Per sempre sì potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”. Un’uscita, quella del vicedirettore Aldo Cazzullo, che nei confronti del brano vincitore del Festival di Sanremo 2026 e del suo interprete, Sal Da Vinci, conteneva una stoccata secca, affilata come poche, e che ha aperto un fronte di discussione destinato a non esaurirsi in pochi giorni. Perché adesso, nelle stanze che contano di via Solferino, quella stessa frase potrebbe trasformarsi in un boomerang dalle conseguenze tutt’altro che leggere per il suo autore. L’indiscrezione, soffiata all’orecchio da fonti che con l’andamento delle cose in quella redazione hanno familiarità, racconta di un Cazzullo che, con quella sparata, si sarebbe di fatto giocato la possibilità di sedere sull’ambitissimo scranno di direttore. Una voce, questa, che circola con insistenza e che trova linfa in una domanda che in molti, all’indomani della pubblicazione di quell’editoriale, hanno cominciato a porsi: com’è possibile che in un giornale così strutturato, con una catena di comando fatta di più vicedirettori e capi, nessuno abbia letto prima quel pezzo? Nessuno si è accorto che l’accostamento tra una hit sanremese e certi rituali legati alla criminalità organizzata avrebbe potuto varcare il confine del lecito, trasformandosi da provocazione intellettuale in un incidente diplomatico?
La replica di De Giovanni e il peso di una battuta
Sul fronte opposto, quello della città partenopea, la reazione non si è fatta attendere, ed è arrivata con la voce pacata ma ferma di chi la sua città la conosce bene e la racconta da sempre. Lo scrittore Maurizio De Giovanni, ospite di Peter Gomez a La Confessione su Rai 3, ha usato parole misurate ma inequivocabili per commentare la vicenda. Ha premesso, De Giovanni, di stimare Cazzullo come intellettuale e divulgatore, riconoscendogli meriti indiscutibili. Ma sulla sostanza non ha arretrato di un millimetro: “Ha fatto una battuta sbagliata”, ha spiegato lo scrittore, sottolineando come a Napoli la questione camorra non possa essere mai ridotta a folklore o a semplice espediente retorico per una stroncatura musicale. “È come se io scherzassi sul Covid a Bergamo”, ha aggiunto con un paragone che rende l’idea della distanza tra la leggerezza di una penna e la gravità di certi fenomeni. De Giovanni, d’altronde, nei giorni precedenti aveva già risposto per le rime all’articolo, chiedendo polemicamente a quanti matrimoni di camorristi il giornalista avesse mai partecipato per poterne descrivere con tale sicurezza le colonne sonore. Una domanda retorica, certo, ma sufficiente a mettere in luce quella che a molti è apparsa come una caduta di stile, una generalizzazione pericolosa infilata in un pezzo di costume.
Il trionfo di Sal Da Vinci e l’abbraccio della sua città
Mentre il dibattito infiamma i salotti televisivi e le pagine dei giornali, Sal Da Vinci continua a raccogliere i frutti di un successo che appare inarrestabile e trasversale. Il suo Per sempre sì, a settimane di distanza dalla kermesse ligure, resiste saldamente in cima alle classifiche di vendita e alle piattaforme di streaming, dimostrando una presa sul pubblico che va ben oltre la semplice contingenza festivaliera. E il prossimo appuntamento, quello di domenica 15 marzo sul Nove, lo vedrà ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, pronto a raccontare la sua storia e questo momento magico. Una magia che la sua Napoli ha voluto ufficialmente riconoscergli con la consegna della Medaglia della Città, avvenuta per mano del sindaco Gaetano Manfredi. Un gesto che va oltre il semplice omaggio istituzionale e che sancisce il legame viscerale, autentico, tra l’artista e il suo territorio. Del resto, Da Vinci, classe 1969, newyorkese di nascita per via della tournée americana del padre Mario, ma napoletano d’adozione e di cuore, ha scelto di vivere proprio nel capoluogo campano. La sua casa, un appartamento situato nel quartiere residenziale di Chiaia, si affaccia sul golfo regalando una vista mozzafiato, a dimostrazione di quanto per lui le radici e la bellezza di quei luoghi contino ancora molto.
Il silenzio dell’artista e il brusio in redazione
Sal Da Vinci, dal canto suo, ha scelto la strada del silenzio stampa, quella che spesso gli artisti navigati adottano quando la bufera mediatica rischia di sovrapporsi alla sostanza artistica del loro lavoro. Non una parola, non una replica, nessuna alimentazione della polemica. Una strategia che gli consente di restare al di sopra della mischia, mentre intorno a lui si continua a discutere. E si discute, e parecchio, anche in via Solferino. Perché al di là del merito della questione, e del diritto di critica che a un editorialista va sempre riconosciuto, ciò che in molti si chiedono è come funzioni, oggi, il meccanismo di controllo all’interno del giornale. Con un organico che annovera diverse figure di vertice, l’interrogativo sorge spontaneo: com’è stato possibile che un passaggio così delicato, potenzialmente lesivo per l’immagine del giornale e per la sensibilità di un’intera città, non sia stato filtrato, discusso, magari edulcorato? Il fatto che nessuno abbia sollevato obiezioni prima della pubblicazione, o che non sia stato imposto un giro di bozze più attento, racconta forse di una catena di comando inceppata, o forse di una fiducia malriposta nella capacità di certe battute di restare confinate nel perimetro dell’ironia. E se di questo passo, come dicono, Cazzullo dovesse davvero pagare pegno, non si tratterebbe solo di una questione di poltrone, ma del segnale che un certo modo di fare giornalismo, quello che punta tutto sulla battuta ad effetto senza calcolarne l’impatto, forse sta mostrando tutti i suoi limiti.




