Dalle mazzette ai grattacieli, perché questa non è un’altra Mani Pulite

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Mica puoi affidare certi progetti al geometra di Canicattì», dice Antonio Di Pietro, con quella sua aria stizzita che ancora sa di inchieste e toga. Ma no, non siamo negli anni Novanta, e nessuno si aspetta fiaccolate sotto la Procura. Né cartelli votivi con invocazioni ai magistrati. Quella stagione, per fortuna, è passata. Eppure, tra le carte dell’indagine sui grattacieli milanesi – alcuni forse fuorilegge, altri semplicemente ipertrofici come le ambizioni di certi archistar – c’è qualcosa che fa riaffiorare vecchi ricordi.

Uno dei pm storici del pool Mani Pulite, che conosco da anni, scrolla le spalle: «Qui è diverso. Tangentopoli era un sistema che riguardava tutti, tutti gli appalti. Questa è un’altra storia». Trentatré anni dopo, Milano luccica ancora, ma forse ha perso la strada mentre puntava al cielo.

Tra i nomi emersi nelle indagini c’è quello di Ada Lucia De Cesaris, ex assessora all’Urbanistica e vicesindaca tra il 2011 e il 2015. Già a novembre, prima di essere formalmente indagata, aveva subito una perquisizione legata al progetto di via Lamarmora 23/27, finito nel mirino per presunti abusi edilizi. La De Cesaris aveva poi chiesto l’annullamento dei sequestri al Tribunale del riesame, ma le carte della Procura continuano a parlare.

E poi ci sono le chat. Quelle tra Stefano Boeri e Giuseppe Sala, dove l’archistar sembra quasi dettare l’agenda: «Mi fai un piacerone?», scrive, riferendosi al progetto per la sede di A2A. E il sindaco, con tono rassicurante, risponde: «Tutto ok». Un dialogo pressante, quasi quotidiano, che mostra quanto il confine tra sollecitazioni legittime e pressioni inopportune possa essere labile. Sala, poi, si confronta con Christian Malangone, direttore generale del Comune, finora non indagato ma più volte citato negli atti.

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