Il rosso del tappeto, il method dressing e quella scarpa che torna: Streep e Hathaway invadono New York

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Erano entrambe vestite di rosso, quel rosso che non è solo un colore ma un richiamo, quasi un marchio di fabbrica, quello della scarpa col tacco a spillo che nel primo film diventò un’icona capace di attraversare due decenni senza perdere un grammo di fascino. Meryl Streep e Anne Hathaway hanno sfilato sul red carpet del Lincoln Center a New York per la prima globale de “Il Diavolo Veste Prada 2”, e lo hanno fatto con una precisione scenica che sembrava uscita da un manuale di stile hollywoodiano. La prima, premio Oscar e volto della temuta Miranda Priestly, indossava un abito lungo Givenchy abbinato a guanti neri; la seconda, tornata nei panni di Andy Sachs a vent’anni esatti dal successo mondiale del film originale, ha scelto un modello Louis Vuitton che richiamava alla mente certi scatti di Marilyn Monroe, ma declinato interamente in rosso.

Un ingresso studiato nei minimi dettagli, tra cappotti animalier e doppi look

Pochi minuti prima dell’arrivo al Lincoln Center, Streep ha messo in scena una mossa che sa tanto di strategia quanto di puro spettacolo: è stata fotografata con un cappotto Gucci animalier, tratto dalla collezione “La Famiglia” firmata Demna, un capo impossibile da ignorare perché volutamente eccessivo, quasi urlato. Poi, una volta dentro, è apparsa con il già citato Givenchy, realizzando un doppio look che molti hanno letto come method dressing allo stato puro. Se fosse o meno una citazione dell’armadio di Miranda Priestly, in realtà, non lo ha mai chiarito del tutto. Ma il fatto che l’attrice abbia giocato su due registri – l’animalier da esterno e l’eleganza algida da red carpet – ha trasformato il suo ingresso in una performance autonoma, separata persino dal film che veniva presentato.

“Non sono intelligente come Anna Wintour”: la precisazione dell’attrice sul palco

Intervistata da un giornalista presente alla première, Meryl Streep ha voluto spegnere sul nascere ogni possibile parallelo troppo diretto con la direttrice di Vogue America. “Non sto imitando Anna Wintour – ha detto testualmente – le assomiglio forse?”. Poi ha aggiunto, con un tono che mescolava autoironia e rispetto: “Non sono intelligente come Anna Wintour, né così in forma o elegante come lei. Stasera lo sono, perché indosso Givenchy”. Una dichiarazione, questa, che chiude il cerchio su un equivolo vecchio di vent’anni: il personaggio di Miranda Priestly non è mai stato un ritratto, eppure il pubblico e una certa critica hanno continuato a sovrapporlo alla figura reale di Wintour. La replica di Streep, per quanto breve, ha avuto il pregio di riportare la discussione sul mestiere dell’attrice, senza alimentare ulteriori speculazioni biografiche.

Il peso di un sequel vent’anni dopo, tra fedeltà al passato e sguardo al presente

Anne Hathaway, dal canto suo, ha ripreso il ruolo di Andy con un’energia che non ha cercato di imitare la giovane stagista del primo film. Il suo abito rosso, dalla silhouette anni Cinquanta ma tagliato con un occhio contemporaneo, sembrava voler dire proprio questo: si può tornare indietro senza essere uguali a prima. Il tappeto rosso, d’altronde, era costellato di richiami al passato – a cominciare dalle scarpe rosse che alcuni ospiti hanno volutamente esposto – ma senza mai cadere nella nostalgia fine a se stessa. Per il resto, la serata si è svolta come da copione per un evento di questa portata: flash, interviste brevi, e quell’attenzione maniacale ai dettagli che solo un film dedicato al mondo della moda può giustificare. Nessuna polemica, nessun colpo di scena. Solo due attrici, due abiti, e un colore che ha funzionato da filo rosso – è proprio il caso di dirlo – tra passato e presente.

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