Il diavolo veste Prada 2, Meryl Streep gioca con il method dressing e la première di New York diventa una sfilata firmata Miranda Priestly

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella première globale de “Il diavolo veste Prada 2” al Lincoln Center di New York, in cui la linea tra attrice e personaggio si è assottigliata fino a diventare quasi invisibile. Meryl Streep, quella che noi abbiamo imparato a conoscere tra la sofferenza di “La scelta di Sophie” e l’esplosività di “Mamma mia!”, ha messo in scena un’operazione di method dressing talmente precisa da sembrare studiata a tavolino dalla stessa Miranda Priestly. E lo ha fatto, come raccontano i resoconti della serata, non con uno, ma con due look che meritano di essere analizzati come fossero capi d’accusa in un’inchiesta di cronaca mondana.

Prima ancora di varcare la soglia del David Geffen Hall, l’attrice – che di Oscar ne ha vinti tre su ventuno candidature – è stata immortalata con indosso un cappotto animalier firmato Gucci, proveniente dalla collezione “La Famiglia” di Demna. Un capo, quello, volutamente ingombrante e impossibile da ignorare, quasi una dichiarazione di intenti per chi, come Miranda, ha fatto della presenza scenica un’arma di lavoro. Ma l’effetto sorpresa, in queste operazioni di stile, è tutto nei dettagli: la borsa rossa a contrasto, gli occhiali scuri che nascondono lo sguardo giudicante, e quel portamento rigido che l’attrice ha riadattato come si infila un vecchio paio di scarpe. Che poi, a proposito di scarpe: “Che fatica rientrare nei tacchi di Miranda, ormai ho l’alluce valgo”, avrebbe confessato la stessa Streep, umanizzando con una battuta un personaggio che di umano ha ben poco.

Il gioco, però, non finiva lì. Perché se il primo look urlava “potere”, il secondo – un cappotto rosso firmato Givenchy – sussurrava “autorità” con quella eleganza sartoriale che solo chi ha davvero comandato per decenni può permettersi. Erano i guanti neri, lunghi fino al gomito, a fare la differenza: un accessorio teatrale che trasforma una semplice uscita pubblica in una passerella giudiziaria. In fondo, il method dressing di cui tanto si discute in queste settimane – e che ha visto le protagoniste del film cimentarsi in un tour promozionale tra Messico e Stati Uniti – non è altro che la versione patinata di un vecchio trucco da attori: se indossi la pelle del personaggio abbastanza a lungo, finisci per diventarlo.

E mentre le fashioniste impazzivano per ogni piega di quei vestiti, bisogna ricordare che il fenomeno “Diavolo veste Prada” non è mai stato solo una questione di tende e passerelle. Il primo film, uscito ormai due decenni fa, raccontava già allora il lato oscuro del giornalismo di moda, quel meccanismo perverso in cui un capo blu ceruleo diventa il simbolo di una catena decisionale che parte dalle stanze del potere e finisce nei magazzini discount. Meryl Streep, in questo senso, non ha mai smesso di giocare con quel simbolismo: ne è la prova il maglione J.Crew celeste indossato durante una puntata del “Late Show” qualche settimana fa, un riferimento diretto al celebre monologo sulla sciatteria che valse alla sua Miranda un posto nell’olimpo delle cattive per eccellenza.

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