Michael, il biopic cancella le scene sulle accuse di molestie: un cavillo legale riscrive il finale
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sette anni di lavorazione, un nipote – Jaafar Jackson, figlio di Germaine, a sua volta membro dei Jackson 5 – pronto a indossare i panni dello zio, e un’ambizione dichiarata: raccontare Michael Jackson senza sconti, luci e ombre comprese. Eppure, quella che doveva essere l’opera definitiva sul “Re del pop” ha subito una metamorfosi silenziosa, e per certi versi inaspettata, durante la post-produzione. Il biopic Michael, diretto da Antoine Fuqua, ha infatti riscritto il proprio finale, eliminando ogni riferimento esplicito alle accuse di molestie sui minori che hanno segnato la carriera e la memoria pubblica del cantante. Non si tratta, a ben guardare, di una scelta estetica o di una censura preventiva; il motivo affonderebbe le radici in una clausola contrattuale, una svista legale degli avvocati coinvolti nella produzione, capace di imporre una riscrittura radicale laddove nessuna sensibilità artistica avrebbe forse voluto tagliare.
Un fantasma nei crediti: la clausola che nessuno aveva previsto
La vicenda giudiziaria legata a Michael Jackson – fatta di denunce, archiviazione, e poi di nuove testimonianze emerse anche dopo la sua scomparsa – rappresentava, nelle intenzioni originarie del regista, un capitolo inevituale. Ma gli sceneggiatori si sono scontrati con un ostacolo imprevisto, una clausola di cui si è parlato solo in queste ore e che non compare nei titoli di coda: un accordo precedente, forse stipulato ancora in vita dell’artista o subito dopo la sua morte, che limiterebbe la rappresentazione di determinati episodi legati a minori. La produzione, venuta a conoscenza del vincolo solo a riprese ultimate, avrebbe così dovuto rimontare l’intera sequenza finale, quella in cui il film si confrontava con le accuse degli anni Novanta e Duemila. Ne è uscito un prodotto profondamente diverso, dove la dimensione umana e musicale – l’ascesa dai Jackson 5 al successo solitario – finisce per prevalere su ogni controversia, quasi che il passato giudiziario del cantante sia stato ridotto a un’ombra evanescente.
Addio Neverland, ma senza processo: la metamorfosi del biopic
L’eliminazione delle scene ha costretto la produzione a rigirare parte del finale, con un investimento economico e logistico notevole. Il regista Antoine Fuqua, noto per film come Training Day, si è trovato a dover bilanciare la fedeltà alla storia vera – con le sue zone grigie, le inchieste, gli sviluppi giudiziari – e i limiti imposti da un foglio firmato chissà dove e chissà quando. Nel montaggio definitivo, arrivato al cinema il 22 aprile dopo sette anni di attesa, non troveremo dunque le scene più scottanti, quelle che avrebbero potuto riaprire il dibattito sugli abusi. I riferimenti a “Neverland” e alle testimonianze dei presunti vittime sono stati sostituiti da sequenze più intime, concentrate sul rapporto tra Michael e la propria famiglia, in particolare con il padre Joseph e con i fratelli, tra cui appunto Germaine, padre di Jaafar.
Jaafar Jackson, un fardello da 29 anni: recitare lo zio senza le ombre
Proprio Jaafar Jackson, trentenne a fine anno, si è trovato al centro di una sfida complessa: interpretare il proprio zio – mito assoluto per milioni di fan, ma figura controversa per un’altra fetta di pubblico – sapendo che il copione sarebbe stato amputato proprio nelle parti più dolorose. Il giovane attore e cantante, alla sua prima prova così impegnativa, ha dovuto così veicolare un’immagine parziale dell’artista, concentrandosi sulla voce, sul passo di danza, sulle manie e sulle ossessioni creative. Non è dato sapere se abbia mai discusso con la regia della scelta di rimuovere le accuse; quel che è certo è che il film esce nelle sale con l’ambizione di essere un grande biopic musicale, sulla scia di quelli dedicati a Elvis Presley, a Bruce Springsteen o a Bob Dylan, ma con un’assenza pesante: quella di un confronto autentico con la cronaca nera e giudiziaria che ha accompagnato gli ultimi quindici anni di vita del cantante.
La guerra degli eredi e il silenzio di Paris Jackson
Mentre il film si prepara al debutto, la famiglia Jackson continua a mostrare crepe profonde. Paris Jackson, figlia di Michael, ha già in passato criticato alcuni progetti postumi sul padre, e il suo silenzio su questo biopic – rotto solo da messaggi criptici sui social – lascia intendere una distanza dalle scelte produttive. Dall’altra parte, gli eredi che gestiscono il patrimonio e l’immagine del “Re del pop” hanno invece dato il loro assenso, probabilmente proprio in virtù di quella clausola che ha sterilizzato le parti più pericolose. In questo quadro, il film diventa così non solo un’operazione commerciale, ma anche un documento involontario di come i cavilli legali possano riscrivere la storia – o almeno la sua versione cinematografica – più efficacemente di qualsiasi censura. La cronaca giudiziaria, con le sue inchieste e le sue archiviazione, resta fuori dallo schermo; dentro, rimane solo il mito, privato però della sua ombra più inquietante.




