Il nodo del petrolio e il caro-cetrioli: l'economia di guerra russa mostra le prime, profonde crepe
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Redazione Esteri
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L’economia russa, che per anni aveva sfidato le previsioni più pessimistiche mostrando una resilienza capace di sorprendere l’Occidente, comincia a manifestare segni di un logoramento che non è più solo circoscritto ai settori sanzionati, ma che si allarga a macchia d’olio, investendo la vita quotidiana dei cittadini e le fondamenta stesse del bilancio statale. Se da un lato Mosca continua a riversare risorse immense nella macchina bellica, dall’altro il meccanismo che dovrebbe sostenere questo sforzo, alimentato principalmente dagli idrocarburi, si sta inceppando. Il Moscow Times ha lanciato l'allarme con un'immagine efficace: la Russia sta affogando nel suo stesso petrolio. Si parla di almeno 150 milioni di barili di greggio attualmente in alto mare, stivati su petroliere che vagano senza una meta certa, nell'impossibilità di trovare acquirenti o di raggiungere porti sicuri -5. Una quantità talmente vasta da rendere l'idea di un ingorgo senza precedenti, considerato che i depositi situati sul territorio russo hanno una capacità di soli 32 milioni di barili, l'equivalente di appena tre o quattro giorni di produzione nazionale. È il sintomo più evidente di un nuovo scenario, dove le sanzioni, progressivamente affinate, stanno stringendo una morsa letale attorno al collo delle esportazioni.
Dietro questa impasse petrolifera si cela una combinazione di fattori che ha radicalmente mutato il panorama energetico globale. Le nuove misure punitive introdotte dall'amministrazione Trump, che ha ripreso le redini della Casa Bianca, hanno segnato un cambio di passo: non più solo un tetto al prezzo, ma un attacco diretto ai principali attori del settore, come Rosneft e Lukoil, minacciando di escludere dal sistema bancario statunitense chiunque commercia con loro -9. A questo si aggiunge la mossa a sorpresa dell'India, che dopo aver a lungo approfittato del greggio russo scontato, sembra aver voltato le spalle a Mosca. In cambio di una riduzione dei dazi americani sulle proprie merci, Nuova Delhi avrebbe accettato di sospendere le importazioni di petrolio dalla Russia -8. I numeri parlano chiaro: le entrate fiscali statali provenienti da petrolio e gas sono precipitate a gennaio a 393 miliardi di rubli, meno della metà rispetto ai 587 miliardi di dicembre e un terzo dei 1.120 miliardi di gennaio 2025, toccando i livelli più bassi dall'epoca della pandemia -1-9. Un crollo verticale che impone al Cremlino di correre ai ripari, cercando di tamponare le falle del bilancio federale.
Il disagio quotidiano e la reazione del Cremlino
Mentre il Cremlino si arrovella su come riempire il vuoto lasciato dai petrodollari, la popolazione russa sperimenta sulla propria pelle il ritorno di un nemico subdolo e conosciuto: l'inflazione, in particolare quella dei beni alimentari di largo consumo. Il simbolo di questa nuova fase di tensione economica è diventato, inaspettatamente, il cetriolo. Il suo prezzo è raddoppiato dall'inizio dell'anno, arrivando a costare in media poco più di 300 rubli al chilo, l'equivalente di circa quattro euro -2-6. Un'impennata che ha scatenato l'ira dei consumatori e persino l'intervento dei politici, costringendo l'Antimonopoly service a chiedere spiegazioni a produttori e rivenditori. Il malcontento serpeggia e si amplifica sui social network, dove i cetrioli vengono ormai ironicamente definiti "dorati", raccogliendo l'eredità delle uova e delle patate che l'anno precedente avevano subito la stessa sorte -10. La motivazione ufficiale addotta dal Ministero dell'Agricoltura è la stagionalità e il rigido inverno, ma il rincaro è figlio anche di un più complesso quadro economico fatto di aumento dell'Iva, passata dal 20 al 22 per cento, e dell'incremento generalizzato dei costi di produzione e logistica -2.
Per far quadrare i conti, il governo di Vladimir Putin ha dovuto mettere mano al portafoglio dei cittadini e delle imprese in modo sempre più pesante. L'aumento dell'imposta sul reddito e quello dell'Iva sono solo le misure più evidenti di una strategia che punta a drenare risorse da un'economia civile già provata, per dirottarle verso lo sforzo bellico -2. Parallelamente, lo Stato sta facendo ricorso in maniera massiccia all'indebitamento con le banche domestiche, un'operazione che, se da un lato garantisce liquidità immediata, dall'altro rischia di innescare pericolosi effetti collaterali sul fronte monetario. La Banca centrale, pur avendo recentemente ridotto il tasso d'interesse al 15,5%, deve comunque fare i conti con un'inflazione che, sebbene in calo rispetto ai picchi del 2024, rimane ostinatamente sopra i target prefissati -2-3. Il rischio concreto è che un ulteriore inasprimento fiscale strozzi la crescita già anemica – il Pil nel terzo trimestre è cresciuto solo dello 0,1% – mentre l'aumento del debito pubblico potrebbe riaccendere la fiammata dei prezzi, vanificando gli sforzi della banca centrale -8-9.
L'inceppamento della macchina creditizia e i primi timori
A gettare un'ombra ancora più cupa sul futuro prossimo dell'economia russa è la crescente instabilità del sistema creditizio. L'impennata dei tassi d'interesse, necessaria per domare l'inflazione, sta mettendo in ginocchio famiglie e imprese, strangolate dal peso dei mutui e dei finanziamenti contratti in passato. Molti cittadini, come riportano alcune fonti, vivono alla giornata, con il ricordo del default del 1991 che riaffiora preoccupante -7. Il combinato disposto tra crediti emanati in precedenza – spesso per finanziare il settore militare in forte espansione – e l'attuale costo della vita rende la restituzione dei prestiti un'impresa ardua per molti, mentre aumentano i fallimenti societari. Una situazione che, sebbene ancora non del tutto visibile all'occhio del cittadino comune intento a fare la spesa nei caffè e nei bar di una Mosca apparentemente tranquilla, sta minando le fondamenta del sistema finanziario.
I negozi sono ancora aperti e le metropolitane affollate, è vero, e per un osservatore distratto la vita nella capitale può sembrare scorrere lontana dagli echi del fronte. Ma l'incrinatura è ormai profonda. Il bilancio statale, un tempo il principale baluardo contro le sanzioni, mostra crepe sempre più vistose. I proventi energetici sono in caduta libera, le tasse aumentano, il credito si blocca. L'economia di guerra, che aveva trasformato la Federazione nella nona potenza mondiale secondo il Fondo Monetario Internazionale, sta mostrando tutti i limiti di un modello basato esclusivamente sulla produzione bellica e sull'estrazione di idrocarburi, a scapito dei settori civili e del benessere della popolazione. La partita, a quattro anni dall'inizio dell'invasione, sembra essersi spostata dai campi di battaglia dell'Ucraina ai bilanci familiari dei russi e ai conti, sempre più in rosso, del Cremlino.




