Trump e l’Ucraina: tra pressioni, Patriot e l’ombra di Mosca
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Redazione Esteri
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di Riccardo Renzi la posizione di Donald Trump sull’Ucraina, dopo il ritorno alla Casa Bianca, appare meno definita di quanto non lasciasse presagire la retorica della campagna elettorale. Se da un lato ha ribadito la necessità di un sostegno militare a Kiev, dall’altro ha spinto Zelensky verso una svolta offensiva, suggerendo addirittura la possibilità di colpire Mosca o San Pietroburgo, come emerso dalla telefonata del 4 luglio. Una mossa che, se confermata, segnerebbe un’escalation senza precedenti, ma che risponde a una logica precisa: costringere la Russia a misure drastiche, indebolendone la stabilità interna, mentre gli Stati Uniti mantengono il controllo della narrativa globale.
Non è un caso che, poche ore dopo quelle dichiarazioni, Trump abbia annunciato la ripresa degli invii di armamenti, inclusi 17 sistemi Patriot, descrivendosi «deluso da Putin», che «di giorno parla e di notte bombarda». Un giudizio che tradisce una frattura personale, ma anche la consapevolezza che il conflitto, ormai logorante, rischia di svuotarsi di significato per gli interessi americani. L’Ucraina, in questa fase, diventa uno strumento per esercitare pressioni su Mosca, più che un obiettivo strategico in sé.
Eppure, dietro la facciata dell’assistenza militare, si nasconde un’altra partita: quella sull’industria della difesa europea. L’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, ha dichiarato senza mezzi termini che l’Europa «non è in grado di produrre i sistemi d’arma necessari», lasciando intendere che saranno gli Stati Uniti a dominare il mercato degli approvvigionamenti. Un’affermazione che suona come un monito per i Paesi europei, ancora dipendenti da Washington non solo per la sicurezza, ma anche per la capacità produttiva.
La domanda, a questo punto, è se Trump stia cercando una soluzione rapida al conflitto o stia invece preparando il terreno per un ridimensionamento del ruolo ucraino, spostando l’attenzione su altri teatri. Le sue parole a Zelensky, se da un lato potrebbero essere interpretate come un incoraggiamento alla resistenza, dall’altro rivelano una fredda valutazione dei costi e dei benefici: l’Ucraina è utile finché serve a logorare la Russia, ma se il prezzo diventa troppo alto, gli Stati Uniti potrebbero scegliere di cambiare strategia.
Quel che è certo è che, in questa partita, l’Europa rischia di uscire marginalizzata, stretta tra le esigenze di Washington e l’incapacità di elaborare una politica autonoma. Mentre Trump gioca le sue carte, Zelensky si trova a dover bilanciare le richieste americane con la realtà di un conflitto che, dopo anni di combattimenti, mostra pochi spiragli di soluzione. E Putin, da parte sua, sa che ogni mossa di Kiev su Mosca o San Pietroburgo scatenerebbe una reazione sproporzionata, trasformando una guerra regionale in una crisi globale.




