Famiglia nel bosco, la difesa attacca la psicologa dei test: “Post di parte e metodologie dubbie, va ricusata”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che tiene banco da quasi cento giorni, quella che separa Nathan Trevallion e Catherine Birmingham dai loro tre figli, ospiti insieme alla madre in una casa famiglia di Vasto, conosce un nuovo e intricato capitolo. Mentre il calendario scorre inesorabile e domani si toccherà l’amaro traguardo dei cento giorni di lontananza forzata, le carte processuali si infittiscono di eccezioni e contestazioni che mettono in discussione, questa volta, la neutralità e persino la competenza di chi è chiamato a valutare lo stato psicologico della famiglia. La difesa della coppia, seguita dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, ha infatti rotto gli indugi, puntando il dito contro la dottoressa Valentina Garrapetta, la giovane psicologa – iscritta all’albo da soli tre anni, come sottolinea il consulente di parte Tonino Cantelmi – che sta collaborando con la Ctu Simona Ceccoli nell’esecuzione delle perizie -1.

Il cuore della contestazione, destinata a concretizzarsi in una formale richiesta di ricusazione che, secondo quanto riportato, verrà depositata nelle prossime ore, poggia su un duplice ordine di motivi. Da un lato, l’aspetto deontologico e, verrebbe da dire, di elementare buon senso: la dottoressa Garrapetta, nei giorni immediatamente successivi all’allontanamento dei minori, avrebbe condiviso sulla sua pagina Facebook una serie di contenuti quantomeno inopportuni, se non apertamente di parte -4-10. Si parla di cinque post, pubblicati tra il 23 e il 30 novembre, in cui la professionista avrebbe commentato e rilanciato frasi e riflessioni fortemente critiche nei confronti della “famiglia nel bosco”. In uno di questi, condividendo un lungo intervento, avrebbe apostrofato come “Sante parole” un passaggio in cui si definiva una “fiaba esotica” la storia della famiglia, aggiungendo un riferimento al casolare offerto gratuitamente come se fosse un “premio” -1.

Il sospetto di un pregiudizio: quei commenti social finiti sotto la lente

Non è tutto. Tra le condivisioni incriminate, ce ne sarebbe una in cui si elogiava il lavoro del Tribunale e dei servizi sociali, definendo “cialtroni” coloro che ne ostacolano l’operato. Parole, queste, che suonano come una bocciatura preventiva delle ragioni dei genitori e che, agli occhi della difesa e del loro consulente, lo psichiatra Tonino Cantelmi, minano irrimediabilmente quel requisito di terzietà che deve contraddistinguere chiunque operi all’interno di un procedimento così delicato. Come può una professionista che ha già manifestato pubblicamente e senza mezzi termini il suo orientamento – si sono chiesti i legali – approcciarsi con la necessaria serenità e obiettività alla valutazione di Catherine, Nathan e dei piccoli? La questione, sollevata con forza, ha trovato immediata eco anche nelle parole di Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, la quale ha parlato di un “fatto di estrema gravità” che farebbe “venire meno in radice il requisito fondamentale dell’imparzialità” -10.

Oltre al profilo dei social, la difesa contesta aspramente anche le metodologie utilizzate dalla dottoressa Garrapetta nella somministrazione dei test. Cantelmi, che segue la famiglia sin dalle prime battute di questa storia, ha bollato i test proposti come “obsoleti e troppo discrezionali”, esprimendo forti perplessità sulla scelta degli strumenti diagnostici e sulla loro applicazione, un aspetto che, a suo dire, sarebbe emerso già durante la prima seduta con i genitori -1. Lo stesso psichiatra di parte, che non lesina critiche al sistema, ha inoltre preannunciato un esposto all’Ordine degli Psicologi, sollevando un dubbio anche sulla reale competenza della professionista in ambito minorile, dato che per operare con i minori sarebbero richiesti cinque anni di esperienza documentata -1.

L’allungarsi dei tempi e i prossimi passi peritali

In questo clima di crescente tensione e di reciproche diffide, le operazioni peritali proseguono comunque il loro corso, seppur tra mille scogli. Il calendario segna date precise: il 6 e il 7 marzo sono i giorni in cui la Ctu Simona Ceccoli dovrà concentrarsi sui tre minori, ospiti nella struttura protetta di Vasto, per accertarne le condizioni di vita, lo sviluppo cognitivo e psico-affettivo, e individuare le loro principali figure di riferimento. Per quanto riguarda gli esami ematochimici, finalizzati a valutare lo stato di salute generale e a verificare un’eventuale immunizzazione naturale a malattie come la varicella, questi sono stati posticipati a dopo il 10 marzo, un rinvio tecnico che si aggiunge alla lunga lista di attese che caratterizza questa vicenda.

Nel frattempo, la posizione dei genitori sembra essersi fatta più sfumata, o forse più realista. Se inizialmente Nathan Trevallion appariva granitico nelle sue convinzioni, nelle ultime dichiarazioni trapela una sorta di resa condizionata: “Il cuore non è cambiato ma la testa sì”, avrebbe confidato, quasi a voler significare una disponibilità a piegarsi alle richieste delle istituzioni pur di riabbracciare i suoi bambini. Un’apertura che, unita al progetto presentato per raddoppiare gli spazi del casale di Palmoli – portandolo da 34 a 66 metri quadri, la superficie minima prevista da un decreto del 1975 per ospitare cinque persone – potrebbe rappresentare un segnale di distensione, se non fosse che ora il fronte dello scontro si è spostato proprio sull’attendibilità di chi quei segnali deve valutarli -1.

La strategia difensiva e l’ombra sulla Ctu Ceccoli

L’attacco alla psicologa Garrapetta, per quanto diretto e circostanziato, sembra essere solo la punta di un iceberg più complesso. Il consulente Cantelmi, infatti, ha lasciato intendere che la richiesta di ricusazione potrebbe non fermarsi alla sola collaboratrice, ma estendersi fino a mettere in discussione il ruolo della stessa Ctu Simona Ceccoli, la professionista nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila per dirigere l’intera perizia -1. Se venissero meno i presupposti di fiducia anche nei suoi confronti, l’intero impianto peritale rischierebbe di saltare, con un ulteriore, drammatico allungamento dei tempi che terrebbe i tre bambini in una condizione di sospensione affettiva e familiare che si protrae ormai da troppo tempo.

Sono passati novantanove giorni, e domani saranno cento. Un lasso di tempo enorme nella vita di tre bambini, due gemelli di sei anni e una bambina di otto, che intanto continuano a vivere in comunità, assistiti dagli operatori e separati dal padre, che può vederli solo poche ore a settimana. La madre, invece, condivide con loro gli spazi della struttura, ma in un contesto che rimane artificiale e provvisorio. È su questo scenario carico di umana sofferenza che si innestano le questioni tecniche e giuridiche: la competenza di una psicologa, l’appropriatezza di un test, la neutralità di un like sui social. Questioni che, per quanto apparentemente formali, incideranno in maniera determinante sul destino di questa famiglia, intrappolata in una ragnatela di carte bollate, pregiudizi e, forse, errori procedurali.

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