Hormuz, l’Iran e la minaccia fantasma: se quei cavi sottomarini venissero tranciati
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Redazione Esteri
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Il mondo, da qualche mese a questa parte, ha imparato a convivere con l’idea che lo Stretto di Hormuz non sia solo una strozzatura per il petrolio, bensì il punto esatto in cui si gioca una partita ben più silenziosa e forse, oserei dire, ancora più vulnerabile. Dopo aver bloccato di fatto una fetta consistente del commercio del greggio, l’Iran ha spostato la sua attenzione su un bersaglio meno appariscente ma altrettanto strategico: quel groviglio di cavi in fibra ottica che giace sui fondali, spesso dimenticato, ma da cui dipendono i sistemi bancari, le transizioni finanziarie, i data center e persino la sicurezza nazionale dei Paesi del Golfo. La notizia, rilanciata dal sito Iran International (voce dell’opposizione agli ayatollah con sede a Londra), non è una semplice esercitazione retorica; l’agenzia Tasnim, storicamente legata al delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), ha pubblicato una mappatura dettagliata di queste infrastrutture, disegnando di fatto una mappa delle future “zone di pressione” in caso di escalation.
Una vulnerabilità strutturale sotto i fondali dello Stretto
A differenza di quanto si possa pensare, la fragilità di questo sistema non risiede nella tecnologia in sé, anzi, quella è estremamente avanzata, ma nella geografia fisica del luogo. Lo Stretto di Hormuz, in alcuni punti largo poche decine di chilometri, costringe i cavi a passare attraverso un imbuto naturale dove, secondo i dati resi noti, transitano sistemi cruciali come FALCON, AAE-1 e SEA-ME-WE. La stessa Tasnim ha avvertito, in un report che molti analisti hanno letto come un avvertimento neanche troppo criptico, che “se per qualsiasi motivo, che si tratti di disastri naturali, ancoraggio di navi, incidenti marittimi o azioni deliberate, diversi cavi principali venissero tagliati contemporaneamente, una catastrofe digitale si abbatterebbe sugli Stati arabi del Golfo”. Non si tratta di un’iperbole tecnica: il 97% del traffico internet globale viaggia su questi sottilissimi filamenti di vetro, una percentuale talmente schiacciante da rendere irrilevante qualsiasi sistema satellitare di backup per le comunicazioni di massa.
Asimmetria strategica e il valore della disparità
Ciò che rende la minaccia particolarmente insidiosa, almeno stando alla linea propagandistica adottata da Teheran, è la sua natura asimmetrica. Mentre le monarchie del Golfo (dalla ricca Dubai a Doha) hanno concentrato le loro economie sulla finanza digitale, sui cloud server e sull’intelligenza artificiale – infrastrutture fisiche spesso situate a pochi metri dalla spiaggia – l’Iran sostiene di possedere rotazioni alternative o una minore dipendenza da questi percorsi meridionali. In pratica, il messaggio che filtra dalle pubblicazioni dei Guardiani della Rivoluzione è chiaro: colpendo quei cavi, il danno per gli Emirati o l’Arabia Saudita sarebbe esistenziale, mentre per la Repubblica Islamica si tradurrebbe solo in un disagio gestibile. Questa disparità trasforma i fondali dello Stretto in un campo di battaglia perfetto per la guerra asimmetrica, un’area grigia dove tranciare un cavo con un’ancora (operazione tecnicamente semplice, se si ha il controllo delle acque) equivale a premere il tasto reset di un’economia nemica.
Uno scenario già visto e le implicazioni operative
Non si tratta, per fortuna, di uno scenario inedito o fantascientifico. Già nel 2024 e nel 2025, le acque del Mar Rosso furono teatro di sabotaggi – sospettati ai danni degli Houthi, alleati di fatto dell’Iran – che causarono rallentamenti di Internet in India e Pakistan per mesi interi, dimostrando quanto sia complesso riparare questi fili in zone di guerra. A differenza di una petroliera, che può essere deviata, o di un oleodotto, riparabile in settimane, un cavo sottomarino tranciato richiede l’intervento di navi speciali e, soprattutto, la concessione di permessi per operare in acque territoriali contese; un’operazione che in un contesto di conflitto aperto potrebbe tradursi in un’attesa di sei mesi. L’agenzia Tasnim, con la sua mappatura esplicita, ha quindi fatto molto di più che diffondere una notizia: ha offerto ai propri comandanti navali un menu dettagliato delle opzioni di pressione, individuando dove stringere per far soffocare i mercati di Dubai e i sistemi cloud di Abu Dhabi.




