L’urlo di Vinícius e il silenzio del protocollo nella notte amara del Da Luz

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La serata europea allo stadio Da Luz di Lisbona, che avrebbe dovuto celebrare il ritorno del calcio che conta, si è trasformata nell’ennesimo, inquietante capitolo di una battaglia che Vinícius Júnior sembra costretto a combattere da solo contro il nemico più codardo, quello che si nasconde dietro una parola sussurrata coprendosi la bocca con la maglia. L’attaccante del Real Madrid, match-winner grazie a una rete deliziosa che ha deciso l’andata dei playoff di Champions League contro il Benfica, è stato nuovamente protagonista, e non per le sue giocate, ma per la denuncia di un insulto razzista ricevuto da un avversario, il giovane argentino Gianluca Prestianni. Dopo aver siglato l’1-0 al cinquantunesimo, con un destro a giro sotto la traversa che ha gelato il pubblico portoghese, Vinícius si è lasciato andare a un’esultanza provocatoria danzando davanti ai tifosi di casa, un gesto che ha scatenato la reazione rabbiosa della tribuna e, a quanto riferito dal diretto interessato, una frase inaccettabile dall’esterno avversario.

È in quel momento che la partita, la tensione e la cronaca si sono fuse in un unico, drammatico episodio: Vinícius, visibilmente scosso, si è avvicinato al direttore di gara francese François Letexier accusando Prestianni di averlo chiamato “scimmia”, un termine che, per lui e per chiunque abbia a cuore lo sport, dovrebbe essere bandito per sempre. Il calciatore del Benfica, nel pronunciare quelle parole, si era premurato di coprirsi la bocca con il proprio numero, un gesto che se da un lato rivela la piena consapevolezza della gravità di quanto si stava dicendo, dall’altro ha reso vano ogni tentativo di lettura labiale da parte delle telecamere o dei microfoni a bordo campo. L’arbitro, seguendo le nuove disposizioni Fifa, ha attivato il protocollo anti-razzismo esponendo le braccia incrociate, un segnale chiaro per l’intero stadio, e il gioco è rimasto fermo per circa dieci minuti -4.

La scena che ne è seguita è stata surreale e densa di significato: Vinícius, dopo un breve e affettuoso scambio con l’allenatore del Benfica José Mourinho, che lo ha chiamato “hermano” nel tentativo di placare gli animi, si è seduto mestamente in panchina, quasi a voler simboleggiare l’ennesima resa di fronte all’impotenza del sistema -9. I compagni, da Federico Valverde a Kylian Mbappé, gli sono stati vicini, con il campione francese che, stando alle immagini televisive, si è scagliato contro Prestianni chiamandolo “razzista” e chiedendo a gran voce provvedimenti esemplari, perché “uno così non dovrebbe più giocare in Champions League” -6. La partita, alla fine, è ripresa, e il Real ha portato a casa un successo prezioso in vista del ritorno al Bernabéu, ma il retrogusto è quello amaro di una giustizia che zoppica. Lo stesso Vinícius, poche ore dopo, ha affidato i suoi pensieri ai social network: “I razzisti sono codardi, si coprono la bocca con la maglia per mostrare quanto sono deboli. Ma hanno, accanto, la protezione di coloro che teoricamente hanno il dovere di punire” -3. Una stoccata durissima, quest’ultima, nei confronti di chi avrebbe dovuto ascoltare e sanzionare, ma che, in assenza di prove certe e in virtù della distanza dal punto focale dell’accaduto, non ha potuto fare altro che riavviare il gioco, lasciando che tutto finisse in una bolla di sapone

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