Italia ripescata ai mondiali? L’attesa per la decisione della Fifa e le possibili avversarie
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Redazione Sport
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Negli abissi in cui è finito il calcio azzurro, e non è un’iperbole, visto che parliamo di una terza esclusione consecutiva dalla fase finale del mondiale, si apre ancora uno spiraglio di luce. Quella sottile speranza, che molti già definiscono un paradosso più che una concreta possibilità, si chiama ripescaggio. L’ipotesi, per quanto remota, aleggia nei corridoi delle federcalcio e nei pensieri di quei tifosi che, ormai rassegnati a un’altra estate senza la nazionale, si aggrappano a qualsiasi clausola regolamentare. La Fifa, va ricordato, ha storicamente ammesso casi di sostituzione last minute, solitamente legati a squalifiche o ritiri forzati di altre nazionali; ma stavolta il meccanismo appare più fumoso che mai. E allora, in attesa di una decisione che potrebbe arrivare nei prossimi mesi (nessuna data è stata ancora ufficialmente fissata dall’organo di governo del calcio mondiale), l’unica certezza è l’incertezza che avvolge il destino degli azzurri.
Il meccanismo del ripescaggio e i precedenti
Se si volesse analizzare la questione con gli strumenti del diritto sportivo, bisognerebbe innanzitutto distinguere tra una vera e propria riammissione – quella che avvenne, per esempio, con il Cile nel 2018 dopo l’esclusione della Russia per doping – e una semplice riorganizzazione dei gironi. Nel caso specifico dell’Italia, il percorso sarebbe tutt’altro che lineare. La nazionale non avrebbe alcun diritto prioritario rispetto ad altre escluse con un ranking simile. Tuttavia, alcune voci di corridoio parlano di un possibile allargamento del lotto delle partecipanti, o di una rinuncia dell’ultima ora da parte di una delle squadre già qualificate. Nessuna conferma, ovviamente, ma il semplice fatto che se ne discuta già la dice lunga sullo stato di smarrimento di un movimento che, persino nella speranza, brancola nel buio. Chi si è preso la briga di studiare i regolamenti della Fifa sa che l’articolo 7.3 del regolamento delle competizioni preliminari lascia un margine di discrezionalità al comitato organizzatore: “in casi eccezionali e debitamente motivati”, si legge, si può procedere a una sostituzione. Resta da capire se l’eccezionalità della situazione italiana – tre edizioni consecutive saltate, un tracollo tecnico e generazionale – possa essere considerata un motivo valido. Difficile, ma non impossibile.
Quali squadre affronterebbe l’italia in caso di ripescaggio
Se la Fifa dovesse dare il via libera, e qui entriamo nel campo delle pure congetture giornalistiche, l’Italia verrebbe inserita in uno dei gironi già sorteggiati. E le possibili avversarie, stando al tabellone attuale, sarebbero di assoluto livello: si parlerebbe di una fascia che comprende nazionali come Argentina, Francia, Inghilterra, Belgio o Brasile, ma anche di seconde linee temibili come la Croazia o i Paesi Bassi. Nessuna di queste, va detto, ha espresso contrarietà ufficiale a un’eventuale riammissione degli azzurri, ma il fronte delle opposizioni sarebbe inevitabilmente guidato da quelle squadre che, uscite nei playoff, si sentirebbero danneggiate da un trattamento di favore verso l’Italia. In particolare, la federcalcio svedese e quella macedone hanno già fatto trapelare malumori attraverso canali non ufficiali. Non solo: anche dal versante sudamericano arriverebbero perplessità, perché un ripescaggio europeo sposterebbe gli equilibri dei gironi. Eppure, c’è un dato che passa in secondo piano: la decisione finale non sarà tecnica ma politica, pesata sulle influenze che le varie federazioni esercitano sui vertici Fifa.
Il contesto del fallimento azzurro e la questione del dribbling
Mentre si attende la sentenza di Zurigo, vale la pena di fermarsi un attimo su ciò che ha portato l’Italia a questa paradossale condizione di “nazionale che chiede l’elemosina di un posto”. Non è solo una questione di risultati: la partita contro la Bosnia ha fornito un dato brutale e cristallino. Il match non è finito con la sconfitta ai rigori per 5-2, ma con un divario imbarazzante nei dribbling tentati e riusciti: 30 a 10, o addirittura 18 a 3 a seconda delle statistiche che si preferiscono. Quelle cifre, ripetute come un mantra amaro dagli osservatori, raccontano di una squadra che non sa saltare l’uomo, che non prova l’uno contro uno, che rinuncia alla creatività in nome di una sterile manovra orizzontale. Una volta, si legge in un commento ripreso dai social, “il calcio doveva fiorire lungo le strade”. Oggi i ragazzi crescono tra smartphone e isolamento, perdendo quel contatto fisico con la palla che trasformava il cortile in un campo da sogno. L’“Anazionale”, l’hanno ribattezzata con amara ironia: una selezione che non esprime gioco, né identità, né quello sporco coraggio del dribbling che persino la Bosnia, con Bajraktarevic e compagni, ha sfoggiato con disarmante naturalezza.
Le reazioni interne e lo stallo delle poltrone
Nel frattempo, e qui il racconto si fa grigio, la Federazione guidata da Gravina è inchiodata alle proprie contraddizioni. Dopo i giorni di battaglia per le poltrone, scattati con le dimissioni di alcuni vertici minori, il quadro dirigenziale appare più frammentato che mai. Le ironie social non hanno risparmiato nessuno: si è passati dal “Gravina incollato” alla sua poltroma, al sarcastico “triplete Italia” (inteso come triplice esclusione mondiale), fino ai paragoni tra i difensori azzurri e i dinosauri – lenti, goffi, fuori dal tempo. Eppure, dentro questo teatrino di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, c’è un nocciolo duro che nessuno vuole affrontare: la questione non è solo tecnica, ma culturale. Liberare il dribbling, come hanno insegnato altre nazionali più povere di storia ma più ricche di fantasia, richiederebbe una rivoluzione nei vivai, nei metodi di allenamento, nella stessa concezione di “fare gioco”. Ma di questo, nei comunicati ufficiali, non c’è traccia. Si preferisce attendere – tranquilli, come suggeriva Murakami – che gli occhi si abituino all’oscurità. Peccato che, nel frattempo, il mondiale inizi senza di noi. E il ripescaggio, se mai arriverà, assomiglierebbe più a una beffa che a una grazia.




