Blocco navale a Hormuz, Hegseth: “Resterà per tutto il tempo necessario”. L’esercito Usa si riarma mentre Trump invia altri 10mila soldati
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Redazione Esteri
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Il rumore di sottofondo delle pale degli elicotteri e il brusio dei giornalisti accreditati non hanno bastato a coprire la durezza delle parole pronunciate dal segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, nel corso dell’ultimo briefing al Pentagono. A dominare la scena, ormai da giorni, è il blocco navale imposto nello Stretto di Hormuz, una misura che – nelle intenzioni dell’amministrazione Trump – non accenna a scomparire nel breve periodo, ma anzi resterà operativa “per tutto il tempo necessario”, come ha rimarcato Hegseth, ribadendo un concetto già emerso nei giorni scorsi. La posta in gioco, per Washington, è chiara: gli iraniani, ha spiegato il segretario, devono “sedersi al tavolo delle trattative e raggiungere un accordo”, perché l’alternativa, quella del confronto militare, è già stata ampiamente pianificata. “Preferiremmo farlo in modo pacifico – ha aggiunto – oppure possiamo farlo con la forza”.
L’escalation militare e il riarmo nella tregua
Se da un lato la Casa Bianca dichiara di voler tenere aperta una finestra per la diplomazia, dall’altro i fatti parlano di un imponente rafforzamento della macchina bellica statunitense. Hegseth, nel suo intervento, ha rivelato che l’esercito “si sta riarmando con più forza di prima”, un segnale inequivocabile che la tregua in corso (entrata in vigore l’8 aprile) non viene interpretata come un’occasione di distensione, bensì come una pausa tattica per accumulare munizioni, rivedere le strategie e spostare pezzi sulla scacchiera mediorientale. A suffragare questa tesi giungono notizie di stampa che parlano di un dispiegamento già in atto: circa 50.000 militari sono attualmente impegnati nelle operazioni contro l’Iran, ma a questi se ne aggiungeranno presto migliaia di altri. Il Washington Post, raccogliendo fonti del Pentagono, ha confermato l’invio di ulteriori 10.000 soldati nel Golfo, molti dei quali sono a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e del suo gruppo navale. Una presenza, quella americana, che non sembra voler accennare a una diminuzione, ma che anzi cresce in parallelo con le dichiarazioni belliciste del segretario alla Guerra.
Le regole del blocco e la pressione sulle petroliere
L’operazione, che di fatto impedisce a tutte le navi di entrare o uscire dai porti iraniani, rappresenta una mossa di guerra economica totalizzante, anche se Washington si guarda bene dal definire chiuso lo Stretto di Hormuz nel suo complesso. Il Comando centrale americano (Centcom) ha infatti precisato che il blocco non interferirà con il traffico diretto verso scali non iraniani, ma nella pratica, distinguere le petroliere in mare aperto è un’operazione complessa e carica di tensione. Hegseth ha voluto rassicurare (o minacciare, a seconda del punto di vista) i presenti in sala, affermando che gli Stati Uniti “hanno le forze necessarie per riprendere le operazioni di combattimento” qualora l’Iran decidesse di non rispettare i dettami imposti. Le cronache degli ultimi giorni riportano che diverse navi sono già state respinte e che, nonostante qualche tentativo di forzare il blocco, la pressione sulla Repubblica islamica si fa sempre più asfissiante, in attesa di vedere se Teheran tornerà a negoziare prima della scadenza della tregua prevista per la prossima settimana.
L’ombrello militare nel Golfo e i nodi irrisolti
Mentre Hegseth parlava dal Pentagono, i movimenti sul terreno raccontavano una storia di logistica e potenza di fuoco. Oltre ai 10.000 uomini in arrivo, la presenza delle portaerei (con una delle quali, la Uss George H.W. Bush, che porta con sé circa 6.000 soldati) e dei cacciatorpediniere lanciamissili crea un cordone sanitario militare che l’Iran difficilmente può ignorare. Si tratta di una dimostrazione di forza che non lascia spazio a interpretazioni: se i colloqui (falliti nei giorni scorsi a Islamabad e forse destinati a spostarsi a Ginevra) dovessero arenarsi definitivamente, il quadro operativo per un’azione offensiva è già pronto. Il segretario alla Difesa ha voluto rimarcare che l’esercito è “pronto a farlo con la forza”, sottolineando che la priorità rimane quella di scongiurare la proliferazione nucleare, ma che l’opzione militare non è solo un’ipotesi, bensì una possibilità concreta già finanziata e armata. In questo contesto, la fragilità della tregua appare evidente: Trump, da più di un anno alla Casa Bianca, sembra intenzionato a non ripetere gli errori del passato, e la tensione nel Golfo, alimentata da questo blocco a oltranza, rimane la cartina di tornasole di una presidenza che ha fatto della “pace attraverso la forza” il suo cavallo di battaglia, anche a costo di tenere il mondo col fiato sospeso sulle sponde dello Stretto di Hormuz.




