«La famiglia ha distrutto la Hoepli». La liquidazione volontaria per una società dai conti in ordine, lo scontro tra gli eredi e il rischio che l’archivio vada disperso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’assemblea straordinaria degli azionisti, che potrebbe essere convocata dal consiglio di amministrazione già nelle prossime ore e comunque entro la fine di questo mese di febbraio, segnerebbe per la casa editrice Hoepli, quel gioiello di famiglia fondato nel 1870 da Ulrico Hoepli e divenuto un pilastro dell’editoria tecnico-scientifica nonché della manualistica scolastica italiana, il principio della fine -1-4. Non una crisi di cassa, né un tracollo finanziario improvviso, ma una resa formale, quella che passa attraverso la richiesta di cassa integrazione per i cento dipendenti — novanta dei quali già formalmente destinatari della comunicazione — e la successiva delibera che potrebbe portare alla liquidazione volontaria della società -1-3. Eppure, l’ultimo rendiconto annuale, quello approvato il 28 novembre scorso con riferimento all’esercizio chiuso al 30 giugno 2025, raccontava una realtà differente: ricavi in flessione dell’8,5 per cento, sì, assestati a 29,56 milioni, e una perdita che aveva sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto all’anno precedente, ma il patrimonio netto restava ampiamente positivo, toccando quota 11,38 milioni, e i debiti erano stati ridotti in maniera draconiana, passati da oltre dodici a poco più di sette milioni e mezzo -3.

La guerra dei due rami, le cause civili e il paradosso del socio che blocca l’operazione Mondadori

A determinare il passo verso lo scioglimento della compagine, secondo quanto si apprende da fonti interne alla filiera editoriale e finanziaria, non sarebbero quindi i numeri di per sé — che pure sconta il calo fisiologico del mercato e il noto inverno demografico che comprime le adozioni scolastiche — quanto piuttosto l’escalation, ormai giunta al calor bianco, del conflitto tra i due rami della famiglia Hoepli -1-3. Da una parte i fratelli Nava, figli di Bianca Hoepli, i quali detengono una partecipazione del 25 per cento; dall’altra Ulrico Carlo Hoepli e i suoi tre figli, Giovanni, Matteo e Barbara, che controllano il restante 75 per cento del capitale -1. Tra loro non corre buon sangue, e la litigiosità, testimoniata da verbali assembleari in cui si parla esplicitamente di «escalation di insubordinazione» e dalla presenza di cause civili e penali ancora pendenti, ha di fatto paralizzato qualsiasi disegno industriale -3. Il paradosso, emerso con chiarezza nelle interlocuzioni con Mondadori prima e con Feltrinelli poi, è che il gruppo di Segrate si era detto disponibile ad acquisire l’intero pacchetto azionario, a patto di rilevare il 100 per cento delle quote: condizione impraticabile, poiché il ramo Nava si oppose fermamente alla cessione, impedendo così l’operazione e costringendo Mondadori a ripiegare su una trattativa limitata al solo catalogo scolastico, quello che frutta alla Hoepli una quota di mercato nazionale stimata intorno al 5 per cento -1.

Il palazzo di via Hoepli, l’asset immobiliare e la scelta di non utilizzarlo per il rilancio

La vicenda, per molti versi, assume i contorni di una vera e propria occasione mancata, o forse di una resa calcolata. Occorre ricordare, a questo proposito, che la proprietà non controlla soltanto il marchio editoriale e la libreria — che conta sei piani nel centro di Milano ed è considerata una delle più fornite d’Europa — ma detiene anche la piena titolarità dell’immobile che ospita uffici e punto vendita, quello progettato negli anni Cinquanta dal celebre studio di architetti Figini e Pollini e situato nell’omonima via, a due passi dal Duomo -1-4-9. Una plusvalenza enorme, quella che si potrebbe generare dalla valorizzazione o dalla cessione del palazzo, tale da ripianare qualunque squilibrio di bilancio e fornire la liquidità necessaria a un rilancio industriale che, però, evidentemente, non rientra più nei piani dei soci -1. Non solo: nell’ultimo esercizio, l’azienda aveva già ottenuto un risparmio di un sesto del costo del lavoro, sceso del 14,6 per cento a quattro milioni di euro, e aveva ridotto in maniera significativa l’indebitamento verso i fornitori, sceso di due milioni e mezzo -3. I crediti, al contrario, erano cresciuti attestandosi a 9,36 milioni, a testimonianza di una struttura che, pur rallentata nell’operatività — con le novità editoriali diminuite del 3,6 per cento, le nuove edizioni crollate del 36 per cento e le ristampe ridotte del 28 per cento — non manifestava alcun sintomo di insolvenza tale da giustificare una messa in liquidazione -3.

I piccoli librai creditori, l’e-commerce che cannibalizza la libreria e il timore dei 18 mila euro non recuperabili

A pagare lo scotto di questa guerra tra eredi, oltre ai dipendenti già avviati verso una cassa integrazione a zero ore della durata presumibile di tredici settimane, sono i molti creditori della filiera, in particolare quei piccoli librai indipendenti che da anni regolano i loro rapporti commerciali con la casa editrice attraverso il meccanismo degli anticipi e delle rese -1-3. Il rischio, concretissimo, è che il distributore, in caso di liquidazione, non accetti più la restituzione dei volumi invenduti, lasciando il libraio con decine di migliaia di euro di merce in casa — diciotto mila euro è la cifra che circola come esempio tra gli operatori del settore — e senza la possibilità di recuperare il credito se non attraverso la svendita sottocosto dei testi già pagati -3. C’è poi la ferita, forse meno quantificabile ma altrettanto profonda, inferta dalla stessa gestione aziendale alla propria libreria fisica: diversi operatori interpellati sottolineano come il sito di e-commerce di Hoepli abbia di fatto cannibalizzato i flussi di clientela del punto vendita di via Hoepli, ridotto quasi a un magazzino logistico e, in alcuni casi, persino vetrina per promuovere dispositivi come i Kindle, spingendo di fatto il lettore verso l’attivazione di un account su Amazon -3. Scelte controproducenti, le definiscono i librai, che testimoniano la mancanza di una visione strategica coerente e, forse, l’assenza stessa di una regia unitaria.

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