Il calcio professionistico e il paradosso delle tate: lo sfondo della crisi Figc dopo l’ennesima débâcle

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Non bastava la delusione sportiva, quella atavica che da tre edizioni consecutive priva l’Italia di un posto al tavolo dei grandi del calcio mondiale, a segnare il destino di una federazione già sotto scacco per le scelte tecniche e le tensioni politiche. È accaduto che, nel clima di esasperazione seguito alla sconfitta di Zenica contro la Bosnia Erzegovina – dove la Nazionale ha lasciato il pass per i Mondiali al termine di una notte di calci di rigore, vanificando il vantaggio iniziale di Kean e la spinta della vittoria precedente sull’Irlanda del Nord –, il fuoco incrociato delle polemiche abbia finito per mettere in luce una frattura profonda, molto più ampia di quella che separa gli spogliatoi dal terreno di gioco.

La scintilla, forse involontaria, l’ha prodotta il presidente della Figc, Gabriele Gravina, nel tentativo di arginare le critiche durante una conferenza stampa diventata il manifesto involontario di una questione di principio. Nell’argomentare la complessità gestionale del calcio, il numero uno federale ha tracciato una linea netta, definendo il calcio uno “sport professionistico” per contrapporlo ad altre discipline ritenute “dilettantistiche”, citando persino lo sci come esempio di disciplina in cui lo Stato ha un peso specifico maggiore. Parole che, in un momento in cui il calcio italiano registrava l’ennesima battuta d’arresto, sono parse a molti come una cortina fumogena distante anni luce dalla realtà della prestazione sportiva.

A raccogliere il guanto di sfida, con la schiettezza che contraddistingue chi è abituato a misurarsi sul ring e non sulle passerelle, è stata Irma Testa. La pugile napoletana, prima italiana nella storia del pugilato femminile a salire su un podio olimpico, ha utilizzato i social network come una tribuna per ribaltare la prospettiva: non è la qualifica formale di un'attività a determinarne la serietà, bensì il sacrificio e i risultati. “Mi alleno più di loro, guadagno meno delle loro tate”, ha scritto Testa, usando un’immagine efficace che ha fatto il giro del web, sottolineando lo scarto economico e valoriale tra un sistema che paga milioni a calciatori spesso “in difficoltà” e un’altra galassia di atleti che, pur rappresentando il Paese con medaglie e gloria, vivono un’esistenza fatta di rinunce.

Il suo sfogo, condiviso all’indomani della mancata qualificazione, non è stato un episodio isolato, ma l’apice di un malcontento diffuso che, nelle ore successive, ha trovato ulteriore linfa nell’ondata di proteste che ha travolto la sede della Federcalcio in via Gregorio Allegri a Roma. Nel cuore della capitale, un gruppo di contestatori ha trasformato la rabbia per la sconfitta in atti vandalici concreti: uova scagliate contro la facciata della struttura, colpita nell’area privata e nello stemma ufficiale, quasi a voler deturpare un simbolo che, agli occhi dei tifosi, rappresenta un fallimento ritenuto inaccettabile. Una contestazione notturna, quella avvenuta immediatamente dopo il fischio finale della partita con la Bosnia, che ha assunto i contorni di un assalto simbolico, rendendo evidente come la tensione fosse ormai uscita dagli stadi per riversarsi nelle strade.

La politica fa irruzione nello spogliatoio federale

Mentre sui social impazzava il dibattito tra la retorica del “professionismo” e la sostanza dei risultati olimpici, le istituzioni hanno iniziato a muoversi con un’insistenza che lascia presagire tempeste nell’immediato futuro. Il governo, per bocca del ministro per lo Sport Andrea Abodi, ha rotto un silenzio che sapeva ormai di complicità, chiedendo a chiare lettere un cambio di passo ai vertici federali. “Il calcio italiano è da rifondare e questo processo deve ripartire da un rinnovamento dei vertici della Figc”, ha dichiarato Abodi, spostando l’attenzione dalle scelte tecniche dell’allenatore – che pure aveva ottenuto la fiducia dopo la semifinale vinta – alla tenuta politica di una federazione che, a suo dire, avrebbe anche tentato di scaricare le responsabilità su altri.

Un pressing, quello del ministro, che ha trovato eco immediata nelle aule parlamentari, dove la mancata qualificazione per la terza volta consecutiva è diventata terreno di scontro politico. Le richieste di dimissioni per Gravina sono arrivate trasversali, con esponenti di diversi schieramenti che hanno sottolineato come due generazioni di ragazzi italiani non abbiano mai avuto la possibilità di vedere la Nazionale giocare una fase finale del mondiale. Alla base delle contestazioni, che si sono concretizzate anche nella richiesta di audizioni parlamentari per fare luce sulle ragioni della débâcle, vi è la percezione di un immobilismo che ormai appare insostenibile, aggravato dalla concomitanza con una protesta sociale che non risparmia critiche nemmeno alla gestione economica.

L’altra Italia e il peso specifico della medaglia

E proprio sullo sfondo di questa tempesta politica e sociale si staglia la figura di Irma Testa, la cui voce ha assunto un valore paradigmatico. Non si è trattato solo di una lite di cortile tra sport diversi, ma della rivendicazione di un principio di dignità. L’affermazione della pugile – “I veri professionisti siamo noi, gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando i giocatori milionari fare brutte figure” – ha colpito nel segno perché ha messo a nudo una contraddizione strutturale: da un lato il calcio, che assorbe risorse immense e si proclama l’unico sport “professionistico” per eccellenza; dall’altro, una miriade di discipline dove atleti di altissimo livello, pur vincendo medaglie e scrivendo pagine di storia, devono fare i conti con compensi che, ironizzava Testa, sarebbero inferiori a quelli riservati al personale di servizio dei calciatori.

La sua riflessione, arricchita da un senso di solitudine che trapela dalle parole “quando perdo (quelle poche volte), sento il peso di un’intera nazione che comunque non mi chiede niente perché impegnata a guardare il calcio”, ha innescato un meccanismo di identificazione in un pubblico spesso dimenticato. L’assalto alla sede della Figc, avvenuto nella notte, e le uova lanciate contro la struttura di via Allegri, rappresentano l’altra faccia di questa medaglia: la rabbia per il fallimento sportivo si mescola a un malessere più generale, quello di chi fatica a comprendere perché una disciplina che si proclama “professionistica” fallisca così ripetutamente nei propri obiettivi primari.

Il nodo delle responsabilità e il silenzio del calcio giocato

Mentre Gravina si preparava a convocare una riunione con le componenti federali per il giorno successivo alla sconfitta, cercando di arginare le richieste di dimissioni immediate e rinnovando la fiducia al ct Gattuso, il mondo della politica continuava a incalzare. L’idea che il rinnovamento debba partire dalle “vertici” è diventata il refrain di un coro che ormai sembva unanime, mentre l’immagine della sede federale imbrattata diventava il simbolo di una crisi che non risparmiava nessuno.

L’elemento di novità, in questo frangente, è rappresentato dalla sovrapposizione di due narrazioni: quella della “solita” crisi del calcio italiano, con le sue rituali richieste di testa e le sue cicliche promesse di rifondazione, e quella di una “altra Italia” sportiva che, attraverso le parole di Testa, ha rivendicato un posto al sole che non sia solo quello del podio, ma anche quello del riconoscimento istituzionale e, soprattutto, economico. La pugile non ha usato mezzi termini nel descrivere un paradosso: chi si allena di più, spesso, guadagna meno di chi lavora per chi poi delude sul campo.

Il quadro che emerge è quello di una Federazione sotto scacco, colpita frontalmente da una protesta che si è fatta concreta con atti vandalici, e messa in discussione da un governo che ne chiede la rifondazione. Il rinvio delle decisioni al Consiglio federale, annunciato da Gravina, appare come un tentativo di guadagnare tempo, in un contesto in cui il tempo sembra essere scaduto per tutti. E mentre la politica discute di audizioni e la polizia scientifica rileva le tracce della contestazione nella sede di Roma, resta in sottofondo, potente, la voce di chi, come Irma Testa, rappresenta un’Italia che vince ma che non si sente riconosciuta.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.