Liegi, il velocidromo perduto e il giorno in cui vinse il minatore

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una volta, alla periferia di Liegi, un catino di cemento e vento chiamato velocidromo di Rocourt. Un luogo che, per quasi un decennio, ha rappresentato il traguardo della corsa più antica del calendario professionistico, quella “Doyenne” che dal 1892 attraversa le Ardenne sfidando i corridori con undici côtes e un dislivello che supera i quattromila metri. Oggi di quell’impianto – demolito nel 1973, poi raso al suolo definitivamente nei primi anni Novanta per fare spazio a un complesso cinematografico – non resta quasi nulla, se non la memoria di chi vi ha assistito a imprese epiche e a colpi di scena che il ciclismo moderno, con i suoi protocolli televisivi e le dirette integrali, fatica persino a immaginare. Eppure, basta scavare un po’ nelle cronache d’epoca per ritrovare il volto autentico di una classica che non ha mai avuto bisogno di orpelli: la pioggia battente sulla pista resa impraticabile, le cadute a catena nel tunnel sotto le tribune, il fotofinish contestato del 1973 che diede la vittoria a Eddy Merckx su Frans Verbeeck per una linea d’arrivo lasciata per errore dall’edizione precedente. Rocourt era un teatro imperfetto, sporco, talvolta assurdo. Ma proprio per questo, indimenticabile.

Il giorno della rivalsa italiana, tra carbone e fatica

Il 2 maggio 1965, sotto un diluvio che trasformò la pista in una trappola scivolosa, a rompere l’incantesimo ci pensò un italo-belga di ventidue anni, figlio di emigrati partiti per la Vallonia con la valigia di cartone e la promessa di un lavoro in miniera. Si chiamava Carmine Preziosi, veniva da una famiglia che del sacrificio aveva fatto la propria ragione di vita, e quel giorno, approfittando della confusione generata dalla pioggia – mentre i favoriti scivolavano sull’asfalto bagnato salendo in cima alla pista, lui restava in basso, intelligente e paziente – entrò per primo nel velocidromo regalando all’Italia un successo che valeva molto più di una targa ricordo. Perché in quelle strade, tra Mons e Charleroi, tra Namur e la periferia industriale di Liegi, gli italiani erano i “visi neri”, gli uomini che scendevano ogni giorno nelle gallerie a cercare carbone, spesso con contratti capestro e una sicurezza ridotta al lumicino. La tragedia di Marcinelle, l’8 agosto 1956 con le sue 262 vittime di cui 136 italiani, era ancora una ferita aperta. E quando Preziosi, in volata, superò Vittorio Adorni, non stava solo vincendo una corsa in bicicletta: stava restituendo dignità a una comunità intera, quella degli emigrati che vivevano in baracche, conservavano i dialetti del Sud come un tesoro e si radunavano lungo le côtes per vedere passare i propri campioni. Per questo la Liegi è sempre stata, nel profondo, anche una corsa italiana: undici successi complessivi, un podio tutto azzurro nel 2002 con Bettini, Garzelli e Basso, e poi i nomi di Argentin, Bartoli, Rebellin, fino all’ultimo firmato Danilo Di Luca nel 2007, diciannove anni fa.

Undici salite e un trittico di fuoco: il percorso di oggi

Veniamo all’edizione di quest’anno, la 112ª, che chiude come da tradizione il Trittico delle Ardenne dopo l’Amstel Gold Race vinta da Remco Evenepoel e la Freccia Vallone conquistata dal diciannovenne francese Paul Seixas. Si corre domenica 26 aprile, la partenza è fissata intorno alle dieci dalla Place Saint-Lambert, l’arrivo dopo 259,5 chilometri sul Quai des Ardennes. La copertura televisiva non sarà integrale – a differenza delle prime tre Monumento della stagione, la Doyenne non si potrà seguire sin dal via – ma le immagini live arriveranno comunque per diverse ore: su Rai Sport a partire dalle 13 e poi su Rai 2 dalle 14.45, su Eurosport 2 dalle 13.30 con collegamento su Discovery+ già dalle 12.10. L’attenzione è tutta concentrata sul confronto tra i due dominatori degli ultimi anni: Tadej Pogacar, vincitore nel 2021, 2024 e 2025, che arriva a questa Liegi dopo aver già messo in bacheca Milano-Sanremo e Giro delle Fiandre, e Remco Evenepoel, che ha trionfato nel 2022 e 2023 e cerca il riscatto dopo un’edizione scorsa vissuta da comprimario. A complicare i piani dei due favoriti, però, c’è lui: Paul Seixas, il fenomeno francese della Decathlon, che a vent’anni (ne compirà a settembre) ha già dimostrato di saper soffrire e attaccare sulle salite selettive. Il suo successo alla Freccia Vallone di mercoledì ha spiazzato molti osservatori, e persino uno smaliziato come Evenepoel – che pure lo ha definito “troppo giovane per reggere sei ore” – lo ha inserito tra i primi cinque candidati alla vittoria.

I chilometri decisivi e le gerarchie di squadra sul Col de Haussire

Le undici côtes previste dal percorso iniziano a fare selezione già dalla Côte de Saint-Roch (km 83,7), ma è dalla sequenza centrale – Wanne, Stockeu, Haute-Levée, tutte e tre concentrate in soli dieci chilometri poco dopo il 170° – che si capisce chi ha le gambe per giocarsi la Decana. Poi tocca al Col du Rosier, al Col du Maquisard e alla Côte de Desnié, prima del grande snodo sulla Côte de la Redoute: 1600 metri al 9,4% di pendenza media a 34 chilometri dall’arrivo, da anni il palcoscenico dove Pogacar ha spezzato gli equilibri nelle sue edizioni da dominatore. Subito dopo, la Côte des Forges (km 236,2) e la Roche-aux-Faucons (km 246,1), quest’ultima con i suoi 1300 metri all’11% a soli tredici chilometri dal traguardo, rappresentano l’ultimo trampolino prima della discesa verso Liegi. In questo scenario di salite e cambi di ritmo, chi possiede la squadra più forte può fare la differenza: nelle retrovie, mentre al comando la fuga di giornata staziona su vantaggi contenuti, il gruppo può contare su ben quattro gregari per Pogacar e sette per Seixas che non hanno ancora cominciato a tirare. Una situazione che tiene aperto ogni scenario, nell’attesa di capire se i due big riusciranno a controllarsi a vicenda o se qualche sorpresa – magari una delle seconde linee come Tom Pidcock o Mattias Skjelmose – riuscirà a infilarsi nel momento decisivo.

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