Le gemelle Kessler, l'ultimo saluto e il lascito di una vita indivisibile
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Ellen era malata. Alice no». Con questa netta distinzione, che racchiude il nucleo di una scelta estrema e ponderata, l’amica storica Gabriele Gräfin ha offerto un ulteriore tassello per comprendere il commiato delle gemelle Kessler, scomparse il 17 novembre scorso attraverso il suicidio assistito. La contessa, intervistata dal quotidiano monacese TZ, ha dipinto un quadro delle loro condizioni di salute che va oltre la semplice cronicaca, rivelando come la sofferenza fisica di una non abbia determinato la fine dell’altra, ma piuttosto come il loro legame simbiotico abbia reso impensabile un addio in solitudine. Un destino, il loro, pianificato con meticolosa lucidità nei mesi precedenti, lontano da impulsi momentanei e costruito con la stessa precisione che le aveva rese icone dello spettacolo.
Gli ultimi giorni e le lettere del commiato
Solo due giorni prima che la loro esistenza si concludesse, Alice ed Ellen hanno compiuto una serie di visite private, un ultimo, silenzioso giro di saluti rivolto a quegli amici intimi che avevano condiviso con loro tratti significativi del percorso. In quelle ore, come gesto di affetto e al tempo stesso di definitiva chiusura, hanno lasciato nelle cassette postali dei destinatari alcuni pacchetti contenenti gioielli e lettere d’addio, una delle quali indirizzata proprio alla Gräfin. «Anche il martedì prima della loro morte ci siamo viste – ha raccontato l’amica –. Era tutto come al solito. Non sapevo che le avrei viste per l’ultima volta». Quel normalissimo incontro, che nulla lasciava trapelare sull’imminenza dell’evento, si carica oggi, nella rievocazione, di una profonda malinconia, restituendo l’immagine di una determinazione serena e riservata.
Un gesto potente oltre il patrimonio
L’ultimo applauso per le Kessler, dopo una vita intera trascorsa sotto i riflettori, è arrivato accompagnato da una rivelazione che ha scosso l’opinione pubblica per la sua generosità: un lascito solidale del valore di circa quindici milioni di euro, devoluto a diverse organizzazioni umanitarie, tra le quali spicca l’Unicef. Un gesto di straordinario impatto, che ha riportato all’attenzione generale il tema dei testamenti solidali, dimostrando come la filantropia non sia una questione riservata esclusivamente ai contemporanei ma possa essere orchestrata con lungimiranza. La notizia del lascito, come riferito, era nota alle interessate già da un anno, a sottolineare una volontà precisa e meditata, un’ultima, grandiosa coreografia al servizio di un ideale altruistico.
La personalità complessa oltre lo stereotipo
La loro scelta finale, inappellabile e compiuta in piena autonomia, ha infranto lo stereotipo che per decenni le aveva ingabbiate, quello di due semplici e affascinanti figure di intrattenitrici, celebrate più per l’eleganza delle forme che per la profondità del pensiero. Quell’atto estremo ha comunicato al mondo, con una dignità e una modestia esemplari, l’esistenza di una personalità complessa e riflessiva, capace di analisi e di giudizi autonomi, lontani da ogni convenzione sociale. In quella decisione si percepisce il frutto di un cammino intellettuale rigoroso, di un’intelligenza pratica che non ha esitato a tradursi in azione, modellata da uno spirito di stampo socratico e da una volontà che non ha temuto di confrontarsi con il proprio limite ultimo.




