Poste-Tim, l’opa che chiude trent’anni di privatizzazione: lo Stato torna al timone delle telecomunicazioni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Poste Italiane su Tim, valutata complessivamente 10,8 miliardi di euro, rappresenta molto più di una semplice operazione finanziaria. Si tratta, per chi ha memoria delle vicende industriali di questo Paese, della chiusura di un cerchio apertosi nei primi anni Novanta quando, con il governo di Giuliano Amato e l’Iri guidato da Romano Prodi, si avviò il processo di privatizzazione dell’allora monopolista telefonico. Un sogno, quello di costruire un nuovo ecosistema industrial-finanziario privato, che oggi tramonta simbolicamente e concretamente con il ritorno della rete e dei servizi strategici sotto l’egida pubblica, destinati a confluire in un polo unico controllato dallo Stato.

La struttura dell’operazione, deliberata dal consiglio di amministrazione di Poste presieduto da Silvia Maria Rovere e illustrata nei dettagli dall’amministratore delegato Matteo Del Fante, prevede un corrispettivo misto per gli azionisti di Tim: 0,167 euro in contanti e 0,0218 azioni ordinarie di nuova emissione di Poste per ogni Titolo conferito. Il prezzo, che valuta le azioni dell’ex monopolista a 0,635 euro, inra un premio del 9,01% rispetto alla chiusura ufficiale del giorno precedente al lancio, un valore che l’ad di Poste ha definito equo, escludendo fin da subito la possibilità di rilanci. L’obiettivo dichiarato è il delisting di Tim da Euronext Milan, con la procedura che, dopo il deposito dei documenti previsto per metà aprile e il via libera dell’assemblea di Poste a giugno, entrerà nel vivo con l’avvio del periodo di adesione non prima di luglio. La conclusione è attesa entro il quarto trimestre del 2026, subordinata all’ok delle autorità di settore, dell’Antitrust e al raggiungimento di una soglia minima di adesione pari almeno al 66,67% del capitale.

L’architettura del nuovo polo: un gigante da 27 miliardi di ricavi e il controllo pubblico oltre il 50%

L’architettura del gruppo combinato disegna una realtà industriale di dimensioni imponenti, destinata a diventare un pilastro strategico dell’economia nazionale. Secondo le proiezioni basate sui risultati 2025, l’entità aggregata vanterebbe ricavi pro-forma per circa 26,9 miliardi di euro, un Ebit di 4,8 miliardi e una forza lavoro che supera le 150mila unità. La capitalizzazione di mercato, inclusivo del valore delle sinergie, si spingerebbe fino a 40 miliardi di euro. Sul fronte della governance, lo Stato italiano manterrà una posizione di assoluto controllo: attraverso il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti – che già oggi è il primo azionista di Poste – la quota pubblica si assesterà stabilmente oltre la soglia del 50%, garantendo quella stabilità a lungo termine che i vertici di Poste hanno indicato come “chiaro mandato strategico”.

Non si tratterà, però, di una fusione che annulla l’identità di Tim. In una conference call con gli analisti, Del Fante ha ribadito con chiarezza che l’operazione non punta a una integrazione totale, ma a una combinazione capace di valorizzare le complementarietà senza snaturare il marchio. “Tim resterà una società stand alone”, ha spiegato il manager, assicurando che il brand, iconico e radicato presso i consumatori italiani, sarà protetto. L’integrazione riguarderà piuttosto le piattaforme e le reti distributive: un ecosistema che metterà a sistema la capillarità senza eguali degli oltre 13mila uffici postali con i 4mila punti vendita Tim e una rete di 49mila partner terzi, creando un punto unico di accesso per servizi oggi frammentati – dalla telefonia ai pagamenti, dallo Spid alla PagoPA, fino a servizi assicurativi e alla vendita di energia.

Sinergie da 700 milioni e la scommessa sull’identità separata di Tim

Il banco di prova per la credibilità dell’offerta, al di là delle architetture societarie, risiede nella capacità di generare valore. Le sinergie annuali al lordo delle imposte sono stimate in 700 milioni di euro, suddivise in mezzo miliardo derivanti da razionalizzazioni di costi – in particolare attraverso la digitalizzazione dei processi e l’ottimizzazione della rete – e oltre 200 milioni legate a incrementi di ricavi. I primi effetti sui conti sono attesi a partire dal 2027, con un impatto positivo sull’utile per azione già in quell’esercizio e una crescita a doppia cifra prevista dal 2028, mentre il dividendo sul 2026 rimarrà neutro rispetto all’operazione.

A fare da contraltare a questa prospettiva di crescita, vi sono gli investimenti necessari: i costi una tantum per implementare le sinergie, anch’essi stimati intorno ai 700 milioni, saranno sostenuti nel breve termine. Tuttavia, la struttura finanziaria pro-forma, come assicurato dal cfo Camillo Greco, rimane coerente con l’attuale rating creditizio, mitigando i timori di un eccessivo indebitamento. Un elemento di continuità importante è rappresentato da Tim Brasil, definito da Del Fante “un gioiello” inserito in un mercato consolidato, la cui permanenza nel perimetro del gruppo è confermata. L’intero percorso, secondo quanto dichiarato dai vertici di Poste, è maturato nell’arco di cinque anni – ben prima dell’accelerazione degli ultimi mesi – senza spinte dirette da parte del governo, con l’obiettivo di delineare un’operazione esclusivamente industriale che fosse sostenibile nel tempo.

Dalla privatizzazione alla sovranità digitale: il significato strategico dell’opa

Se l’operazione possiede una chiara ratio industriale, il suo significato strategico si colloca in un contesto più ampio, che supera i confini nazionali. Il ritorno di Tim sotto il controllo pubblico – dopo le vicende alterne della privatizzazione e le successive scalate – avviene in un momento in cui diverse capitali europee stanno riconsiderando la necessità di presidiare asset considerati sensibili per la sovranità digitale. Il gruppo combinato, infatti, metterà insieme non solo le reti di telefonia fissa e mobile, ma anche l’infrastruttura di data center e la società di cybersecurity Telsy, asset ritenuti cruciali per garantire la gestione sicura dei dati di cittadini e imprese.

Lo stesso governo italiano, sebbene i vertici di Poste ne abbiano escluso un coinvolgimento diretto nelle fasi operative dell’offerta, ha in questo dossier un interlocutore di peso. Con una partecipazione complessiva superiore al 50% nel capitale del nuovo gruppo, lo Stato si riappropria di fatto di un settore – quello delle telecomunicazioni – da cui si era progressivamente allontanato a partire dal 1997, anno della prima tranche di vendita della vecchia SIP. L’operazione, come osservato da analisti finanziari, si inserisce in una logica fortemente guidata dall’azionista pubblico, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il controllo nazionale su un’infrastruttura strategica, ridimensionando al contempo il peso di eventuali ingerenze esterne. Il ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, soppresso nel 1993, non esiste più, ma idealmente il suo legame con la gestione diretta del settore si ricompone oggi, in una sorta di vendetta della Storia che restituisce allo Stato il “vaso e i cocci” di un’industria cruciale per il futuro digitale del Paese.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.