Zelensky all'Ue: l'oleodotto Druzhba sarà riparato in un mese e mezzo
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Redazione Esteri
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La vicenda dell'oleodotto Druzhba, infrastruttura cruciale per il transito del petrolio russo verso l'Europa centrale e danneggiata in territorio ucraino, registra una svolta dopo settimane di tensioni diplomatiche. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, con una lettera indirizzata ai presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione, Antonio Costa e Ursula von der Leyen, ha ufficialmente accolto la proposta di assistenza tecnica e finanziaria avanzata dall'Unione, impegnandosi a ripristinare la funzionalità dell'oleodotto, o quanto meno a realizzare un bypass che ne permetta l'operatività, nel termine di un mese e mezzo. La ripresa dei flussi, condizione posta con fermezza da Ungheria e Slovacchia per sbloccare il maxi-prestito da novanta miliardi di euro destinato a Kiev e il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, potrà tornare alla piena capacità tecnica, sempreché, tiene a precisare Zelensky, non si verifichino ulteriori attacchi da parte della Russia contro l'infrastruttura. L'attacco in questione, avvenuto lo scorso ventisette gennaio, aveva infatti interrotto le forniture di greggio verso Budapest e Bratislava, le quali, beneficiando di una deroga all'embargo europeo, continuano ad approvvigionarsi da fonti russe.
L'accettazione di Kiev dopo le accuse di ricatto
La comunicazione del leader ucraino giunge a conclusione di un periodo caratterizzato da un serrato scambio di accuse. Solo pochi giorni or sono, Zelensky aveva definito come un vero e proprio "ricatto" le pressioni esercitate dall'Unione Europea affinché si procedesse celermente alla riparazione del tratto danneggiato, sottolineando come fosse paradossale dover investire risorse per ripristinare un flusso che, di fatto, alimenta le casse di Mosca e finanzia lo sforzo bellico contro il suo paese. Nella missiva, tuttavia, il presidente ucraino ha voluto ribadire con forza l'infondatezza delle voci, fatte circolare soprattutto da parte ungherese, secondo cui Kiev starebbe deliberatamente ostacolando il transito del petrolio per ragioni politiche, chiarendo che l'interruzione è esclusivamente il risultato dei danni provocati dai terroristici attacchi russi. L'Ucraina, ha aggiunto, si conferma un partner energetico affidabile per l'Europa, onorando gli impegni assunti nonostante le quotidiane minacce di incursioni aeree nemiche.
Il ruolo dell'Ue e il nodo del prestito a Kiev
I presidenti Costa e von der Leyen, in una dichiarazione congiunta diffusa al termine del colloquio, hanno preso atto con favore della decisione di Kiev, annunciando che gli esperti europei sono immediatamente a disposizione per supportare i lavori. La priorità, per l'Unione, rimane la sicurezza energetica di tutti i cittadini europei, un obiettivo che passa anche attraverso la stabilità di rotte ormai divenute strategiche in un contesto di mercato altamente volatile. La mossa di Budapest, che aveva legato inestricabilmente il proprio via libera al prestito destinato a sostenere la stabilità macroeconomica e l'acquisto di equipaggiamenti difensivi da parte dell'Ucraina alla ripresa del flusso di greggio, aveva messo in serio imbarazzo Bruxelles. Bratislava si era allineata alla posizione ungherese, minacciando ritorsioni analoghe e bloccando di fatto decisioni che richiedono l'unanimità dei Ventisette. L'accettazione degli aiuti, che comprenderanno anche la ricerca di rotte alternative per il transito di greggio non russo verso l'Europa centro-orientale, rappresenta dunque il tentativo di sciogliere questo nodo in vista del prossimo Consiglio Europeo, dove si tornerà a discutere del pacchetto di assistenza finanziaria.
Le reazioni di Budapest e il contesto degli attacchi
Se da Bruxelles filtra un cauto ottimismo, la reazione del ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, non si è fatta attendere e appare improntata al più vivo scetticismo. Sui suoi canali social, il diplomatico ha bollato l'intera operazione come un "gioco politico" orchestrato tra Kiev e la Commissione, invitando a non lasciarsi ingannare dalle promesse ucraine e chiedendo la revoca immediata di quello che definisce un blocco inaccettabile. La posizione di Budapest, che ha accumulato riserve strategiche ma continua a premere per la riapertura della via di approvvigionamento più economica, resta un fattore di incertezza. Il via vai di missive tra le capitali europee, in ogni caso, fotografa la complessità di una crisi nella quale la sopravvivenza economica di un paese in guerra, l'Ucraina, si intreccia inestricabilmente con gli interessi nazionali di due Stati membri e con la determinazione russa a colpire le infrastrutture energetiche, le stesse che alimentano i serbatoi di chi, in Europa, continua a guardare a est.




