Garlasco, l’ex capitano dei carabinieri Cassese finisce nel registro degli indagati per le “false informazioni” rese ai pm
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Redazione Interno
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Il lungo braccio di ferro giudiziario sul delitto di Garlasco – una ferita che non smette di sanguinare a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi – si arricchisce di un nuovo, delicatissimo capitolo che stavolta non riguarda un semplice testimone o un consulente tecnico, bensì chi quelle indagini le condusse dall’alto della propria uniforme. Gennaro Cassese, 62 anni, ex capitano dei carabinieri che all’epoca dei fatti (estate 2007) guidava la Compagnia di Vigevano, è stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Pavia. L’accusa, pesante come un macigno per un ex ufficiale dell’Arma, è quella di “false informazioni al pubblico ministero”. Un’ipotesi di reato che non riguarda la dinamica dell’omicidio in sé, ma il modo in cui vennero gestite (e, secondo gli attuali inquirenti, manipolate) le procedure verbalizzate durante le fasi calde dell’inchiesta.
Il verbale “bucato” del 2008 e il giallo del malore
Il cuore della contestazione affonda le radici in un lontano pomeriggio d’ottobre, il 4 ottobre 2008, quando Cassese – affiancato dal maresciallo Flavio Devecchi – procedette all’audizione di Andrea Sempio, all’epoca un ragazzo di 19 anni sentito come semplice testimone (oggi, invece, finito al centro delle nuove indagini per l’omicidio). È proprio in quell’occasione che Sempio, amico del fratello della vittima Marco Poggi, consegnò agli inquirenti il celebre “scontrino-alibi” di un parcheggio di Vigevano, un pezzo di carta che da lì in poi avrebbe rappresentato una delle prove cardine per tenere il giovane lontano dalla scena del crimine. Eppure, nei verbali redatti da Cassese, non solo mancherebbe la traccia di quell’elemento cruciale, ma verrebbe a mancare anche l’annotazione di un evento oggettivamente anomalo che avvenne durante l’interrogatorio: l’arrivo di un’ambulanza del 118 a causa di una improvvisa “lipotimia” (un malore svenimento) che colse Sempio, costringendo di fatto alla sospensione dell’escussione.
Gli inquirenti della nuova procura, guidati dall’aggiunto Stefano Civardi, hanno sottoposto i documenti a una lente di ingrandimento spietata, scoprendo una serie di “sovrapposizioni” temporali impossibili da giustificare con la semplice distrazione. Mentre Sempio veniva formalmente sentito dalle 10:30 alle 14:40, negli stessi locali e con gli stessi verbalizzanti (Cassese e Devecchi) venivano interrogati anche altri soggetti, come Biasibetti e Mattia Capra, con orari che si accavallavano inevitabilmente. Come si fa a interrogare tre persone contemporaneamente, se non sospendendo fittiziamente un verbale per dedicarsi a un altro? Una pratica che, se non debitamente annotata, viola le più elementari regole del garantismo.
L’interrogatorio di Cassese e l’imbarazzo dei “ricordi”
Ascoltato lo scorso anno (prima in via Moscova a Milano e poi il 27 giugno in Procura a Pavia) per fare luce su quelle incongruenze, l’ex capitano si è trovato davanti a un muro di evidenze che la sua memoria sembrava non voler (o non poter) scalare. Interrogato direttamente dai pm, Cassese ha fornito una versione altalenante: da un lato ha sostenuto che “se avessi interrotto il verbale o fosse arrivata un’ambulanza, ne avrei dato atto”, dall’altro, messo di fronte alla scheda medica del 118 che certifica l’intervento dei sanitari per Sempio, ha dovuto constatare l’ammanco. “Non lo ricordo”, è stata la sua reazione, aggiungendo candidamente che, dopo diciotto anni, era difficile serbare memoria di un simile episodio. Lo stesso Cassese, difendendosi pubblicamente in queste ore, ha ammesso una leggera “sbavatura” formale: “L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello va messo a verbale”, ha dichiarato al Tg1, ribadendo per il resto la correttezza del suo operato e il fatto di non aver ancora ricevuto formalmente alcun avviso di garanzia nonostante la notizia fosse già rimbalzata sulle agenzie.
Tuttavia, per la magistratura pavese, non si tratta di una semplice dimenticanza burocratica. La mancata verbalizzazione del malore e della richiesta di Sempio di recuperare il ticket del parcheggio (un biglietto che, secondo le ultime ricostruzioni, forse non era nemmeno nelle mani del ragazzo, ma in quelle della madre) rappresenterebbe una distorsione volontaria degli atti, finalizzata a indirizzare prematuramente le indagini.
Difesa a oltranza e il fantasma della “pista Stasi”
Nonostante la tempesta giudiziaria che si abbatte su di lui, con il rischio concreto di finire a processo per omissioni e false dichiarazioni, Cassese non arretra di un millimetro nel difendere l’operato dei suoi uomini. “Come si può sostenere che ci fossimo fissati solo su Alberto Stasi?”, ha replicato stizzito a chi oggi lo accusa di essere stato miope. “All’epoca sentimmo oltre trecento persone, andammo a Varese e in Puglia. Forse abbiamo commesso degli errori, ma ci siamo sempre comportati con onestà intellettuale e buon senso. Gli accertamenti scientifici di allora portavano a lui, questa è la realtà”. Una posizione, la sua, che rivendica la complessità del contesto originario, ma che stride violentemente con le “evidenti omissioni” che i nuovi investigatori continuano a scoprire nelle pieghe dei vecchi fascicoli.
Quel che emerge con chiarezza è che l’intera architettura delle prime indagini – un’architettura che ha retto per quasi due decenni – mostra oggi crepe profonde, e Cassese, l’uomo che doveva timbrare il verbale, è diventato l’ultimo (ma non certo l’ultimo) anello di una catena di responsabilità che include consulenti, procuratori e militari. La sua iscrizione nel registro non è che la conseguenza di una verità che i giudici attendevano da tempo: il racconto ufficiale di quel 4 ottobre 2008, quello messo nero su bianco dall’Arma, non era completo. E se non lo era, chiedono oggi i pm, quante altre verità sono state nascoste dietro una firma apposta troppo in fretta?




