Rocco Siffredi, il pianto e la smentita delle Iene: «Clamorosa menzogna, ecco il video integrale»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il registro del contraddittorio, in certi frangenti, tende ad assumere i toni aspri di una resa dei conti, e la vicenda che vede al centro Rocco Siffredi, all’anagrafe Rocco Tano, ne è la dimostrazione plastica. La trasmissione Le Iene, dopo aver ricevuto una diffida dai legali dell’attore e regista, ha deciso di rispondere nel modo più diretto possibile, mandando in onda, nella puntata di domenica 8 marzo, il filmato integrale di un colloquio che rischiava di diventare un caso giudiziario parallelo alla maxi querela per diffamazione depositata dall’attore. La difesa di Siffredi, assistito dall’avvocata Rossella Gallo, aveva infatti sollevato un’eccezione specifica riguardo al montaggio di un servizio andato in onda nella primavera del 2025: secondo i legali, le lacrime dell’attore sarebbero state artifiziosamente accostate alle domande sugli abusi e le violenze raccontate da alcune attrici, mentre nella realtà quel pianto sarebbe scaturito dal dolore per le condizioni di salute di un figlio, all’epoca ricoverato. Un’accusa, quest’ultima, che il programma ha definito senza mezzi termini come «clamorosamente falsa».
Il silenzio, poi lo sfogo: «Non voglio più vivere»
Nel servizio firmato da Roberta Rei e Francesco Priano, e trasmesso senza tagli grazie all’utilizzo di due diverse telecamere, la dinamica di quell’incontro risulta piuttosto chiara. Siffredi, nel corso del faccia a faccia, rilascia dichiarazioni piuttosto pesanti, arrivando a ipotizzare che la stessa giornalista possa essere stata pagata da qualcuno – una sorta di «congiura» ordita, a suo dire, da proprietà di piattaforme a luci rosse – per gettare fango sulla sua reputazione. Rei, anziché raccogliere l’insinuazione, lo invita a produrre elementi concreti a supporto di una tesi così grave, offrendo anzi la disponibilità della redazione ad aprire una contro-inchiesta qualora fossero emersi riscontri. È a quel punto, di fronte alla richiesta di prove e alla precisa obiezione della cronista – la quale ribadisce che nessuno l’ha mai pagata per infangarlo – che l’ex pornodivo si ammutolisce, per poi scoppiare in un pianto dirotto e pronunciare parole angoscianti: «Non voglio più vivere, non voglio più vivere ma non voglio lasciare il dolore a mia moglie o ai figli».
La giornalista, visibilmente colpita dalla reazione, gli chiede se desideri fermarsi o bere un bicchiere d’acqua, e dopo qualche istante lascia la stanza per consentirgli di riprendersi. Dal filmato integrale, come sottolineato dalla stessa Rei nella nuova puntata, non emerge alcun riferimento, in quei concitati momenti, al figlio o a problemi familiari; il pianto sopraggiunge esclusivamente mentre si discute delle accuse di abusi e della presunta macchinazione ai suoi danni. È solo in un secondo tempo, spiegano dalla redazione, che Siffredi avrebbe accennato con un autore alle condizioni di salute del figlio, un dettaglio che non trova riscontro nel footage dell’intervista andata in onda.
Una querela da 500 gigabyte e le versioni contrapposte
La vicenda si inserisce in un quadro giudiziario piuttosto complesso. Nei mesi scorsi, Le Iene avevano dedicato diverse puntate alle testimonianze di ragazze che raccontavano presunte violenze, pressioni psicologiche e, in alcuni casi, la messa in circolazione di immagini hard senza il consenso delle partecipanti, alcune delle quali si sarebbero presentate a casting che poi si erano trasformati in vere e proprie riprese non concordate. Siffredi ha sempre respinto ogni addebito, e attraverso la sua difesa ha depositato in Procura a Milano, davanti alla pm Marina Petruzzella, un so fascicolo di duecento pagine, corredato da un hard disk contenente 500 gigabyte di materiale: video, liberatorie e interviste rilasciate in passato dalle stesse attrici, che secondo i legali dimostrerebbero la loro piena volontà di partecipare alle scene e l’assenza di qualsivoglia costrizione. Venti, in totale, le persone finite nell’iscrizione del registro degli indagati per il reato di diffamazione: oltre ad alcune delle donne che hanno parlato in tv – tre delle quali rimaste anonime ma la cui identità sarebbe stata comunque ricostruita – nella lista figurano anche due autori del programma.
La redazione, dal canto suo, si dice certa di aver agito con correttezza e trasparenza, esercitando il diritto di cronaca su un tema – quello del consenso e della dignità della donna nell’industria dell’hard – di indubbio interesse pubblico. E proprio la difesa dell’operato giornalistico è alla base della decisione di mostrare l’intervista nella sua interezza: un modo per dimostrare che non vi è stata alcuna manipolazione e che il pianto di Siffredi, in quel contesto, era oggettivamente legato alle contestazioni mosse dalle attrici e non ad altro. Gli autori hanno inoltre manifestato stupore per il fatto che la notizia della querela abbia ottenuto maggiore attenzione rispetto alle stesse testimonianze delle presunte vittime, ribadendo la loro disponibilità a verificare eventuali elementi a discarico, qualora venissero portati alla luce.
L’intervento del figlio e la frase sulle cure
Nelle ore successive alla messa in onda del video integrale, è intervenuto pubblicamente Lorenzo Tano, figlio di Siffredi, il quale ha criticato aspramente la trasmissione, sostenendo che un padre che rischia di perdere un figlio per un grave problema di salute non dovrebbe mai essere messo nelle condizioni di rilasciare un’intervista del genere. Secondo quanto dichiarato dal ragazzo sui social, alla famiglia non sarebbe stato concesso il tempo di raccogliere le necessarie controprove per dimostrare l’infondatezza delle accuse, e la versione dei fatti proposta in televisione descriverebbe una realtà parallela, lontana da quella vissuta tra le mura domestiche. Nel fuorionda integrale, oltre alle lacrime, si sente anche Siffredi affermare di non essere in cura, un’ammissione che aggiunge ulteriore drammaticità a un quadro personale già di per sé complesso e che nulla toglie, peraltro, alla ricostruzione del confronto con la giornalista. Il nodo centrale, dunque, rimane quello della sequenza dei fatti inquadrata dalle telecamere: la Procura, a cui spetta il compito di fare luce sulla fondatezza delle accuse di diffamazione, dovrà vagliare sia il materiale video sia le prove portate dalla difesa dell’attore.




