Addio a Ozzy Osbourne, la voce dell’heavy metal tra demoni e luce

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non ha mai smesso di essere sé stesso, neppure quando il corpo, logorato dal Parkinson e da altre patologie, gli ha imposto di rallentare. Ozzy Osbourne, scomparso ieri a 76 anni, ha scelto di salutare i fan proprio lì dove tutto era cominciato: a Birmingham, nel Villa Park, stadio dell’Aston Villa trasformato per una notte in tempio del rock. Era il 5 luglio, e quel concerto – con i Black Sabbath a riunirsi per l’occasione – è stato un commiato in piena consapevolezza, quasi un funerale in vita per colui che il mondo ha ribattezzato «il principe delle tenebre».

Cresciuto ad Aston, a due passi dallo stadio che lo ha visto esibirsi per l’ultima volta, Osbourne aveva un legame viscerale con il club, che oggi lo piange definendolo «un tifoso e un’icona». L’Aston Villa, in un messaggio ufficiale, ha espresso il proprio dolore ricordando «il legame speciale» tra il musicista e la squadra, mentre i pensieri vanno alla moglie Sharon, alla famiglia e a quei fan che lo hanno seguito attraverso decenni di musica, eccessi e rinascite.

La sua carriera, costellata di eccessi e contraddizioni, è stata un viaggio tra ombre e luce. Se negli anni ’70 e ’80 i suoi demòni – dall’alcol alla droga – sembravano averla vinta, Ozzy ha saputo riscattarsi, diventando un simbolo di resistenza e persino un volto della beneficenza. Eppure, come scriveva Riccardo Bertoncelli in Topi caldi (Giunti, 2016), chi avesse predetto che, tra i grandi del rock degli anni ’60 e ’70, sarebbe stato proprio lui a resistere più a lungo, sarebbe stato preso per pazzo. «Avrei pensato a un colossale pesce d’aprile», ammetteva l’autore, che nel libro tratteggiava un ritratto ironico e affettuoso dell’artista, prendendo spunto dall’uscita del cofanetto Prince of Darkness (2005).

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