Pippo Franco rinviato a giudizio con la moglie e il figlio per il caso dei falsi certificati vaccinali
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Redazione Interno
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Il rinvio a giudizio disposto per il comico Pippo Franco, all'anagrafe Franco Pippo, rappresenta l'atto conclusivo di un'indagine che la procura di Roma aveva avviato già durante l'emergenza sanitaria, quando l'obbligo del green pass per l'accesso ai locali pubblici e l'espletamento di numerose attività quotidiane aveva innescato, come talvolta accade in circostanze di pressione sociale e normativa, una ricerca di percorsi alternativi e non sempre leciti per ottemperare alle disposizioni senza sottostare alle procedure previste. Il noto attore, insieme alla moglie Maria Piera Bassino e al figlio Gabriele Franco, dovrà comparire dinanzi al giudice per rispondere dell'accusa di falso in atto pubblico, un'ipotesi di reato che la legge italiana configura quando un soggetto attesta falsamente, in un documento pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità. Non si tratta, è bene precisarlo sin da subito, di un verdetto di colpevolezza, bensì della constatazione, da parte del giudice per l'udienza preliminare, che gli elementi raccolti dagli inquirenti durante le loro investigazioni – e che ora costituiscono il fascicolo del pubblico ministero – risultano sufficienti per sostenere l'accusa in dibattimento, dove la difesa avrà modo di controbattere e presentare le proprie argomentazioni.
Il meccanismo delle false attestazioni e il ruolo del medico di base
Al centro della vicenda giudiziaria, che complessivamente coinvolge diciotto persone finite sotto la lente della magistratura capitolina, emerge con chiarezza la figura di un medico di base, Natale Cirino Aveni, anch'egli destinato a processo, al quale gli investigatori hanno attribuito un ruolo cardine nella presunta creazione di un sistema finalizzato a eludere l'obbligo vaccinale. Stando a quanto ricostruito dalla sostituta procuratrice Eleonora Fini, che ha coordinato gli accertamenti del Nas dei carabinieri, il professionista sanitario avrebbe materialmente formato false certificazioni per i suoi assistiti, le quali attestavano l'avvenuta somministrazione di dosi anti-Covid che in realtà, per l'accusa, non sarebbero mai state praticate; queste dichiarazioni mendaci venivano poi inserite nel sistema informatico della regione Lazio, consentendo così ai pazienti di ottenere il rilascio del green pass senza essersi sottoposti alla profilassi. Un meccanismo che, nella sua presunta semplicità operativa, permetteva di aggirare le restrizioni imposte dalla pandemia, ottenendo un lasciapassare che in quei mesi – era l'estate del 2021, quando bar e ristoranti riaprivano le loro serrande dopo i duri lockdown e gli spostamenti tornavano possibili – rappresentava la chiave per riappropriarsi di una parvenza di normalità sociale e lavorativa.
Le contestazioni specifiche e la posizione dei familiari del comico
Per quanto riguarda specificamente il nucleo familiare di Pippo Franco, l'atto di rinvio a giudizio contesta che le presunte false vaccinazioni risalgano a un periodo compreso tra il 29 luglio e il 19 agosto del 2021, quando il medico avrebbe attestato di aver inoculato il siero a tutti e tre i componenti della famiglia. L'attore, che all'epoca dei fatti era già un volto notissimo al pubblico televisivo e cinematografico, ha sempre respinto con decisione ogni addebito, una posizione che i suoi legali, gli avvocati Paolo Gallinelli e Benedetto Stranieri, hanno ribadito con forza, annunciando di voler dimostrare l'infondatezza delle accuse nel corso del processo. La difesa del comico, secondo quanto riferito dai suoi stessi avvocati, contesta la lettura che gli inquirenti avrebbero dato di alcune conversazioni telefoniche intercettate, ritenute dai legali «tutt'altro che univoche» e, soprattutto, la reinterpretazione in chiave indiziaria di una frase pronunciata da Pippo Franco in una trasmissione televisiva, quando, interrogato sul suo stato vaccinale, rispose con una battuta ironica: «Preferisco non rispondere, vi basti sapere che ho il green pass», una dichiarazione che per la procura avrebbe invece un peso specifico diverso.
Gli sviluppi investigativi e i criteri che hanno portato alla scoperta del presunto giro
L'inchiesta, che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio per diciassette persone oltre al medico di base, ebbe origine da un riscontro numerico che i carabinieri del Nas ritennero sospetto: a fronte di venti fiale di vaccino consegnate al dottor Cirino Aveni, dalle quali si sarebbero potute ricavare circa centoventi dosi, le somministrazioni registrate dal medico risultavano essere centocinquantasei, una discrepanza che fece scattare i primi controlli e che portò alla luce, secondo la ricostruzione accusatoria, un'attività di produzione di certificati falsi ben più ampia di quanto inizialmente ipotizzabile. Tra gli altri diciotto imputati, figura anche l'attore Pierluigi Concilietti, noto per aver recitato con Carlo Verdone nel film “Benedetta follia”, a dimostrazione di come l'indagine abbia incrociato percorsi professionali differenti ma tutti legati dal medesimo filo conduttore, ovvero la presunta volontà di ottenere un documento pubblico falso. Per il prossimo mese di luglio è intanto fissata l'udienza che deciderà il destino processuale di ulteriori dieci indagati, coinvolti in un secondo filone della stessa inchiesta – quello relativo al rilascio di permessi per circolare nelle zone a traffico limitato della capitale mediante certificati medici falsi – mentre per Pippo Franco, la moglie e il figlio, così come per gli altri, il processo vero e proprio prenderà il via nelle aule di piazzale Clodio, dove si cercherà di fare piena luce su una vicenda che risale agli anni più bui della pandemia.




