L’affluenza che sorprende: quel popolo sommerso che non si travasa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Fabrizio Masia, sondaggista e spin doctor, analizza il dato che più di ogni altro ha segnato la tornata referendaria: un’affluenza al 58,9 per cento che ha spiazzato letteralmente tutti, tanto da far registrare un incremento compreso tra il 10 e il 15 per cento tra quegli elettori che, alle precedenti europee, avevano scelto l’astensione. È proprio in quel segmento, spiega Masia, che va cercata la chiave di volta del risultato complessivo, perché la loro partecipazione – osservabile nei flussi elettorali – ha inciso in modo determinante sul responso finale. Dietro questo movimento, che ha riportato masse di cittadini silenziosi davanti alle schede, c’è la sensazione palpabile di una società che si riattiva, quasi come se l’abitudine alla diserzione delle urne fosse stata improvvisamente interrotta da un richiamo percepito come improrogabile. La lunga coda di commenti che hanno accompagnato lo spoglio parla infatti di un “risveglio”, un termine che restituisce l’idea di una coscienza civica che, nonostante la frammentazione sociale dilagante – quella degli stili di vita atomizzati, dei legami familiari e lavorativi che si affievoliscono –, ha ritrovato un punto di aggregazione inaspettato. L’affluenza diventa così il segnale più evidente di un senso di appartenenza che resiste, una boccata d’ossigeno in un panorama politico spesso descritto come privo di corpi intermedi.

L’invisibile maggioranza silenziosa e il verdetto delle urne

A guardare i numeri, emerge il profilo di un elettorato che sfugge a qualsiasi classificazione tradizionale. Non si iscrive ai partiti, non segue le correnti, non si presta alle foto di rito dei grandi giornali: eppure, quando la posta in gioco viene percepita come decisiva – come nel caso del referendum costituzionale sulla giustizia –, arriva e, nel farlo, ridisegna gli equilibri. Si tratta di una sorta di Provvidenza laica che, con la cadenza quasi rituale di un decennio, interviene a spazzare via ambizioni politiche consolidate. Nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026, il verdetto è stato il medesimo: una bocciatura netta delle riforme costituzionali volute dai governi di turno. La cronaca di queste ore restituisce l’immagine di un’Italia divisa al suo interno, con le grandi città e il Centro-Nord a trainare la partecipazione – basti pensare a Bologna e Firenze, dove ha votato oltre il 71 per cento degli aventi diritto – mentre nel Sud, in particolare in Sicilia e Calabria, si è registrata un’affluenza ben al di sotto della soglia nazionale. Ma anche in territori tradizionalmente rossi come la provincia di Massa-Carrara, pur essendo fanalino di coda in Toscana con un’affluenza superiore al 61 per cento, il voto ha mostrato una complessità sorprendente: la costa ha respinto la riforma, mentre nell’entroterra lunigianese il Sì ha prevalso in numerosi comuni, a dimostrazione di come l’elettorato sia capace di distinguere tra le logiche locali e le questioni costituzionali.

Una lezione per la politica: chi ha votato e perché

L’analisi di chi si sia portato dietro questo esercito di “astensionisti pentiti” è quanto mai articolata. Non si tratta, come qualcuno potrebbe frettolosamente pensare, di un voto che si traduce automaticamente in un sostegno al centrosinistra o ai partiti che si sono schierati per il No. Anzi, il messaggio che arriva dalle urne sembra essere piuttosto chiaro: questo popolo sommerso – fatto di giovani, di cittadini che non votavano da anni, di persone mobilitatesi in precedenza su temi come il riarmo o la politica estera – non è un bacino elettorale già pronto per essere “travasato” nelle liste di Pd, M5s o Avs. È un elettorato che resta in attesa, che ha risposto a un richiamo percepito come etico prima ancora che politico, legato alla difesa di un equilibrio costituzionale. Ne è convinto Giovanni Bachelet, presidente del comitato Società civile per il No, che parla di una “riemersione dell’isola degli astenuti” e sottolinea come la Costituzione abbia richiamato in servizio persone che i partiti non riuscivano più a coinvolgere. La lezione per i politici – da destra a sinistra, nessuno escluso – è inequivocabile: quando i cittadini hanno la percezione che il loro voto conti davvero, che la loro scelta possa incidere su un assetto ritenuto fondamentale per le garanzie individuali, allora la partecipazione esplode. L’alta affluenza, in questo senso, è stata decisiva per l’esito stesso della consultazione.

Il peso dei flussi e la complessità del voto operaio

Resta da sciogliere il nodo di come si siano composti questi flussi. I dati forniti dagli esperti suggeriscono che l’incremento della partecipazione abbia favorito in modo particolare il fronte del No, contraddicendo quei pronostici che davano per scontato che un’alta affluenza avrebbe inevitabilmente giovato alle tesi governative. La sorpresa, semmai, è stata la capacità di penetrazione del messaggio referendario in segmenti sociali spesso considerati impermeabili. Anche in territori come la provincia di Massa-Carrara, dove pure il centrosinistra amministra alcune delle città principali, il voto è stato tutt’altro che scontato: a Massa, amministrata dal centrodestra, il No ha toccato il 56,2 per cento, e a Carrara, governata dal centrosinistra, il risultato è stato praticamente identico. Questo fenomeno dimostra che la scelta referendaria ha scavalcato le tradizionali appartenenze politiche, configurandosi come un giudizio trasversale su un tema – l’autonomia e l’equilibrio della magistratura – sentito come cruciale per la tenuta democratica del paese. L’affluenza record, insomma, non è stata solo un dato statistico, ma il sintomo di una consapevolezza diffusa: quella che, di fronte a ciò che viene percepito come un mutamento strutturale delle regole del gioco, il singolo elettore sente di poter esercitare ancora un potere effettivo, al di là delle appartenenze e delle fedeltà politiche che negli ultimi anni hanno mostrato segni di cedimento.

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