Il paracetamolo in gravidanza e il rischio autismo, il Bmj smonta le affermazioni di Trump

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Redazione Salute Redazione Salute   -   In un’epoca in cui le dichiarazioni pubbliche, veicolate con l’autorità che deriva da certe cariche, possono generare allarmi profondi e influenzare scelte delicate, la scienza risponde con il suo metodo, che è fatto di verifiche, di analisi sistematiche e di una cautela spesso in netto contrasto con la perentorietà di certi annunci. È quanto accaduto, in queste settimane, a seguito delle affermazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale aveva esplicitamente sconsigliato l’uso di paracetamolo – noto oltreoceano come acetaminofene – alle donne in gravidanza, sostenendo l’esistenza di un pericolo per lo sviluppo del feto. Una presa di posizione, la sua, che ha immediatamente sollevato un vespaio di polemiche e, soprattutto, ha spinto la comunità scientifica a un esame ancor più attento dei dati a disposizione.

Una revisione sistematica per fare chiarezza

A fornire una risposta definitiva, o quantomeno la più solida e aggiornata possibile, è stato un gruppo internazionale di ricercatori che ha pubblicato sul British Medical Journal i risultati di un’ampia revisione, la quale ha preso in esame ben nove revisioni sistematiche e quaranta studi osservazionali condotti sull’argomento. L’obiettivo, dichiarato, era quello di valutare in maniera critica e imparziale la qualità metodologica delle ricerche esistenti e la coerenza dei loro risultati, per giungere a un verdetto scientificamente robusto. L’operazione, che si può considerare una meta-analisi delle analisi già pubblicate, rappresenta uno degli strumenti più potenti a disposizione degli epidemiologi per districarsi in un mare di pubblicazioni a volte contraddittorie.

Nessun nesso causale dimostrato

Le conclusioni dello studio, che si pongono come una diretta smentita alle tesi sostenute da Trump, sono nette: non esiste alcuna evidenza robusta che possa dimostrare un legame causale tra l’assunzione del farmaco durante la gestazione e l’insorgenza di disturbi del neurosviluppo, come l’autismo o l’ADHD, nei bambini. I ricercatori, la cui indagine si è concentrata proprio su queste due patologie, hanno rilevato come gli studi che in passato avevano suggerito una possibile associazione – spesso amplificata da una certa comunicazione non specialistica – fossero in realtà gravati da limiti significativi. Molti di essi, infatti, non riuscivano a controllare in modo adeguato una serie di variabili fondamentali, che vanno dalla predisposizione genetica familiare fino alle condizioni di salute specifiche della madre, le quali, di per sé, possono costituire un fattore di confondimento determinante.

I rischi di un allarme infondato

Oltre a chiarire l’assenza di un nesso scientificamente provato, la pubblicazione del Bmj sottintende una preoccupazione di carattere più ampio, legata alle conseguenze pratiche che simili allarmi possono generare. Il paracetamolo, che rimane uno degli antipiretici e analgesici più utilizzati e considerati sicuri in gravidanza, rappresenta per molte donne l’unica opzione terapeutica per gestire stati dolorosi o febbrili durante i nove mesi. Privarsi del suo utilizzo, spinti da paure non validate, potrebbe condurre a situazioni di sofferenza evitabile o, in casi estremi, all’impiego di alternative farmacologiche dai profili di rischio ben più documentati. Senza contare l’impatto sociale e psicologico di certe affermazioni, che rischiano di alimentare uno stigma ingiustificato verso le famiglie con figli autistici, suggerendo l’idea di una causa evitabile laddove, invece, le conoscenze attuali non ne forniscono alcuna prova.

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