Trump sul paracetamolo in gravidanza: "Può causare l'autismo", ma la scienza frena

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In un annuncio che ha immediatamente attirato l’attenzione nazionale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato, senza il supporto di pubblicazioni scientifiche accreditate, che l’assunzione di paracetamolo durante la gravidanza potrebbe essere collegata all’insorgenza dei disturbi dello spettro autistico. L’affermazione, fatta inizialmente in un contesto insolito come il funerale dell’attivista Charlie Kirk e poi ribadita pubblicamente, esorta le donne in gravidanza a evitare il Tylenol – il nome commerciale statunitense del farmaco – se non in casi di stretta necessità. A sostegno della sua tesi, Trump si è avvalso della collaborazione del segretario alla Sanità Robert F. Kennedy Jr., noto per le sue posizioni, più volte smentite dalla ricerca, su un presunto nesso tra vaccini e autismo.

La posizione dell’amministrazione, tuttavia, si scontra frontalmente con il parere consolidato della grande maggioranza della comunità medica e delle agenzie regolatorie, che da decenni considerano il paracetamolo uno degli antidolorifici più sicuri per le gestanti. I ricercatori, infatti, pur non escludendo la necessità di ulteriori studi su qualsiasi farmaco, sottolineano come al momento non esistano prove concrete e definitive che dimostrino un chiaro legame causale tra l’uso del principio attivo e lo sviluppo dell’autismo. Un tale annuncio, che si discosta dai canali ufficiali di comunicazione sulla salute pubblica, rischia di generare allarmismo infondato.

L’intera vicenda, che ha il sapore di un proclama politico più che di una informazione sanitaria basata su dati, riapre un dibattito delicatissimo e solleva questioni cruciali sul modo in cui vengono divulgate le notizie che riguardano la salute dei cittadini. Da un lato, le parole del presidente hanno riecheggiato come una potenziale risposta per molte famiglie che convivono con l’autismo; dall’altro, hanno gettato nello sconcerto i medici, preoccupati dalle conseguenze di direttive non validate dalla scienza. Il rischio, paventato da molti specialisti, è che si crei una pericolosa diffidenza verso un farmaco essenziale, portando alcune persone a rifiutare un trattamento sicuro per condizioni dolorose o febbrili.

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