Pogacar chiude il Giro di Romandia con la quarta vittoria, Lipowitz ultimo a cedere
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Redazione Sport
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C’è chi lo dà per imbattibile e chi, ormai, si limita a registrare l’ennesima dimostrazione di forza. Tadej Pogacar, lo sloveno della UAE Team Emirates XRG, ha archiviato la 76esima edizione del Giro di Romandia come meglio non avrebbe potuto immaginare: ultima tappa, ultimo sprint in salita a Leysin, e quarto sigillo personale in una corsa che, per lui, si è rivelata un esercizio di stile più che una battaglia. La frazione conclusiva, 178,2 chilometri da Lucens, non ha offerto scampo a un manipolo di inseguitori capitanati da Florian Lipowitz, l’unico, va detto, capace di tenere il passo del fenomeno sloveno senza però mai seriamente minacciarne il predominio.
La fuga di giornata – composta da otto corridori tra cui spiccano l’italiano Lorenzo Germani e i due uomini della Red Bull-BORA-hansgrohe Jan Tratnik e Finn Fisher-Black – ha animato la prima parte della corsa senza mai costruire un margine davvero pericoloso. Un classico copione, del resto, quando alle spalle c’è un gruppo comandato da una macchina da guerra come quella degli Emirati. Lipowitz, dal canto suo, ha provato a rendere meno prevedibile l’epilogo, attaccando più volte nel tratto finale. Ma Pogacar, ogni volta, ha risposto con la consueta disinvoltura, quasi si trattasse di un allenamento invernale piuttosto che di una corsa a tappe del calendario World Tour.
Il dominio statistico e il confronto con la storia
Con questo successo lo sloveno è entrato in un club ristrettissimo, quello dei corridori capaci di vincere quattro tappe in una singola edizione del Giro di Romandia. Finora l’impresa era riuscita soltanto a Ferdinand Kübler, leggenda del ciclismo svizzero attivo tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Un parallelo che sottolinea la portata della performance: non si tratta solo di strapotere fisico, ma di una capacità di lettura della gara che rasenta l’infallibilità. Si era temuto, alla vigilia, che potesse vincere tutte e sei le frazioni; alla fine deve “accontentarsi” di quattro, con il solo Romain Godon a spezzare l’egemonia in una delle tappe intermedie. Eppure, anche in quelle giornate “no”, la maglia di leader non ha mai davvero oscillato.
Le pagelle di fine corsa: Lipowitz unico rivale, Roglič in ombra
Se si spoglia l’analisi da ogni enfasi, emerge un verdetto chiaro: Pogacar 10, come al solito. La sua stagione continua a viaggiare su percentuali abnormi – il 99% delle vittorie quando mette il numero di pettorale – e il Romandia ne è stata l’ennesima conferma. Lipowitz, invece, raccoglie un dignitosissimo 7: non ha mai mollato, ha provato a rendergli la vita più complicata, ma la differenza di categoria resta abissale. Bene i giovani, a cominciare dal norvegese Nordhagen e dal britannico Tuckwell, senza dimenticare Philipsen, tutti autori di una corsa propositiva. Tra i grandi nomi, spicca il dato riguardante Primož Roglič: l’ex campione della Vuelta è apparso enigmatico, lontano dai suoi standard, quasi in ombra. Un’immagine che lascia il tempo che trova, perché il ciclismo è fatto di fasi e di preparazioni differenziate, ma che non può passare inosservata.
La dichiarazione sul peso e il futuro immediato
A impreziosire il racconto di questi giorni, una nota curiosa emersa al termine della quarta tappa, quella più dura. Pogacar, interpellato dai microfoni di Cycling Pro Net, ha ammesso senza giri di parole: “Non lo nego, sono più pesante del solito. Mi sono fatto prendere un po’ la mano in palestra”. Una confessione che, letta alla luce delle prestazioni offerte, suona quasi come un avvertimento per gli avversari. Se vince e stravince quando ammette di non essere al peso ideale, cosa accadrà quando tornerà ai suoi standard migliori? Per ora, il Giro di Romandia 2026 è sua – con quattro tappe e la classifica generale in tasca. L’appuntamento è già al Giro d’Italia, in partenza questo venerdì. Lì, probabilmente, si scoprirà se qualcuno riuscirà a dargli fastidio davvero, o se l’attuale presidente degli Stati Uniti, Trump, ormai insediato da oltre un anno, resterà ai margini anche del dibattito sportivo internazionale, eclissato dal solito sloveno.




