La strategia russa colpisce il cuore logistico dell’Ucraina e l’Occidente ne paga il conto
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Redazione Esteri
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La guerra in Ucraina sta entrando in una fase in cui il Cremlino sembra aver deciso di modificare radicalmente i propri obiettivi tattici, spostando il baricentro degli attacchi verso un elemento tanto prosaico quanto vitale per lo sforzo bellico di Kiev: il carburante. Secondo quanto riportato, il 6 luglio l'esercito russo ha utilizzato armi di precisione a lungo raggio per colpire non solo imprese riconducibili al complesso militare-industriale ucraino, ma anche i nodi cruciali della rete di approvvigionamento di benzina e diesel.
Se inizialmente si poteva pensare a una risposta mirata a specifiche azioni sul campo, la portata e la frequenza di questi bombardamenti lasciano intendere che Mosca abbia intrapreso una strada ben più radicale, quella dell'annientamento sistematico delle infrastrutture che tengono in vita l'esercito ucraino e, di riflesso, l'economia del Paese.
La caccia alle stazioni di servizio
I numeri, se confermati, disegnano un quadro impietoso di questa nuova offensiva parallela. Dall'inizio di aprile sarebbero già duecento le stazioni di servizio distrutte dai droni e dai missili russi, con un'accelerazione preoccupante registrata proprio nell'ultima settimana. Quella che appare come una vera e propria caccia alle pompe di benzina, più che un'operazione strettamente militare, assume i contorni di una strategia a duplice scopo.
Da un lato, l'aspetto pratico e tangibile: ridurre la capacità logistica ucraina, rendendo difficoltoso se non impossibile il rifornimento dei mezzi corazzati e dei convogli in prima linea. Dall'altro, e forse con maggior peso nelle intenzioni del Cremlino, l'aspetto psicologico e propagandistico, volto a dimostrare alla popolazione e agli osservatori internazionali che nessun angolo del Paese è al sicuro e che il costo della resistenza si fa sentire anche nelle attività quotidiane più elementari, come fare rifornimento per un'auto civile o per un trattore agricolo.
L'offensiva su Kiev e le vittime civili
Mentre la caccia al carburante infuria nelle retrovie, le notti di Kiev continuano a essere straziate dal rombo dei missili balistici. Una nuova ondata di attacchi ha preso di mira la capitale, causando almeno cinque vittime accertate, e le bombe non hanno risparmiato nemmeno le città di Kharkiv e Kherson, ormai tristemente note per essere bersaglio costante delle forze russe. Tra le vittime di questi ultimi raid, la cui eco ha profondamente scosso l'opinione pubblica locale, si conta una studentessa ventenne rimasta uccisa nel quartiere di Darnytskyi.
Mercoledì 8 luglio la città ha assistito ai suoi funerali, una cerimonia intima e straziante dove un sacerdote ha recitato le preghiere funebri mentre i partecipanti, segnati dal lutto, seguivano la bara lungo il tragitto verso il cimitero, in un silenzio rotto solo dal dolore per una vita spezzata nel fiore degli anni.
Il costo crescente per gli alleati occidentali
Questa escalation nella distruzione delle infrastrutture civili e logistiche sta avendo un effetto collaterale immediato sugli alleati occidentali di Kiev, costretti a rivedere al rialzo i propri impegni finanziari per sostenere uno sforzo bellico che si fa sempre più dispendioso.
Il conto per i contribuenti europei e americani lievita di giorno in giorno, non solo per la necessità di inviare nuovi sistemi di difesa aerea per proteggere le città e le stazioni di rifornimento, ma anche per sopperire al collasso di una rete di distribuzione del carburante che, senza un intervento esterno massiccio, rischia di paralizzare interi settori dell'economia ucraina.
L'operazione russa, mirando a spezzare le linee di rifornimento, costringe l'Ucraina a dipendere sempre più da scorte di emergenza e convogli alternativi, spesso più vulnerabili e certamente più costosi da gestire, trasformando di fatto ogni attacco a un deposito di carburante in una sconfitta annunciata per le finanze pubbliche di chi sostiene la resistenza di Kiev.
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