Leucemia linfoblastica acuta, l’immunoterapia riduce le ricadute nei bambini

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La leucemia linfoblastica acuta (LLA) nei bambini viene affrontata con un nuovo approccio terapeutico basato sull’immunoterapia: lo studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017 ha mostrato che due cicli di blinatumomab possono sostituire due blocchi di chemioterapia intensiva nei pazienti pediatrici con forma a cellule B ad alto rischio, mantenendo l’efficacia del trattamento e riducendo le complicanze. La ricerca punta a modificare il rapporto tra farmaci tradizionali e terapie mirate nella cura della leucemia infantile.

La leucemia linfoblastica acuta è una malattia del sangue che coinvolge i linfociti, cellule del sistema immunitario prodotte in forma immatura e presenti in quantità anomala. È il tumore pediatrico più frequente e interessa soprattutto bambini e adolescenti, anche se può comparire in altre fasce d’età. La caratteristica principale della LLA è la rapida crescita delle cellule leucemiche nel midollo osseo, dove possono ostacolare la produzione delle normali cellule del sangue.

Negli ultimi decenni i risultati delle cure sono migliorati grazie alla diagnosi più precisa, alla classificazione del rischio e alla possibilità di adattare i trattamenti alle caratteristiche della malattia. Nei casi considerati ad alto rischio, però, le terapie più intensive possono provocare effetti collaterali importanti, soprattutto legati alle infezioni e alla tossicità dei farmaci utilizzati durante i cicli di consolidamento.

La sperimentazione AIEOP-BFM ALL 2017 ha coinvolto bambini e adolescenti con leucemia linfoblastica acuta a cellule B ad alto rischio di ricaduta. Il protocollo ha valutato la sostituzione di due blocchi di chemioterapia ad alta intensità con due cicli di blinatumomab, un farmaco immunoterapico che utilizza il sistema immunitario del paziente per riconoscere e colpire le cellule leucemiche.

Il blinatumomab appartiene alla categoria degli anticorpi bispecifici: la sua azione permette di mettere in relazione i linfociti T con le cellule tumorali che esprimono il bersaglio CD19. L’obiettivo della strategia studiata dai ricercatori è ridurre il peso della chemioterapia senza diminuire la capacità di controllare la malattia, intervenendo in una fase delicata del percorso terapeutico.

I risultati dello studio indicano un miglioramento del controllo della malattia e una diminuzione delle complicanze gravi associate ai trattamenti intensivi. La ricerca ha coinvolto una rete internazionale di centri specializzati e in Italia è stata condotta attraverso la rete AIEOP, con il coordinamento affidato alla Fondazione Tettamanti di Monza.

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