Portobello e la memoria di un'ingiustizia che ancora brucia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre la Mostra del cinema di Venezia volge verso la sua fase conclusiva, tra previsioni sui possibili vincitori e riflessioni sul futuro della direzione artistica, uno dei titoli che ha suscitato il dibattito più profondo e visceralmente legato alla storia nazionale è senza dubbio “Portobello” di Marco Bellocchio. La serie, presentata fuori concorso, riporta alla luce, con la potenza narrativa che caratterizza il regista, la tragica vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, il popolare conduttore televisivo travolto, all’apice della carriera, da accuse infondate di associazione camorristica. Un caso che, sebbene risalente a quarant’anni fa, continua a rappresentare una ferita aperta nel tessuto giudiziario e mediatico del paese, mostrando, senza possibilità di equivoci, come gli strumenti legislativi creati per debellare la criminalità organizzata – in primis la gestione dei pentiti – potessero, se manovrati senza il necessario scrupolo investigativo, trasformarsi in macchine distruttive per innocenti.
L’operazione di Bellocchio, affidata all’interpretazione di Fabrizio Gifuni, va ben oltre la semplice rievocazione storica o il dramma biografico; essa si configura, piuttosto, come una radiografia spietata di un’Italia di metà anni Ottanta, appena uscita dal tunnel del terrorismo e già precipitata in una nuova emergenza. Un’Italia la cui semplicità, ingenua e popolare, veniva scossa dalle fondamenta da notizie che sembravano provenire da un film, non dalla rassicurante quotidianità del piccolo schermo. La fiction, evitando di trasformare la storia in un semplice “bignami” degli eventi, scava nelle ombre di quel periodo, restituendo la complessità di un meccanismo giudiziario che, pur nelle sue indubbie fisiologicità, in quel caso specifico mostrò un volto spietatamente accanito.
Proprio su questo punto, la distinzione tra “errore fisiologico” e “accanimento”, si è registrata una delle reazioni più significative. Il ministro della giustizia Carlo Nordio, dopo aver assistito alla proiezione delle prime due puntate, ha espresso pubblicamente la propria commozione, fornendo una chiave di lettura tecnica e al tempo stesso umana. L’ex magistrato, la cui carriera si è incrociata con quelle epoche giudiziarie, ha riconosciuto come l’errore, in sé, possa essere parte del sistema, mentre l’accanimento rappresenti una deviazione inaccettabile dalla ricerca della verità, un concetto che riecheggia le amare considerazioni sulla carcerazione preventiva di allora.




