L’avvocato del 17enne: “Due testimoni esterni danno ragione ai nostri ragazzi”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il racconto della difesa, in quella che appare sempre più come una drammatica e confusa notte di periferia a Massa, trova ora un sostegno che potrebbe rivelarsi decisivo per l’architettura processuale. L’avvocato Nicola Forcina, legale del diciassettenne (un ex pugile, va ricordato, che ha passato gran parte dell’adolescenza sui ring toscani prima di interrompere l’agonistica) sostiene che la versione del gruppo di giovani – i quali hanno sempre parlato di una reazione a una presunta e improvvisa aggressione da parte del 47enne – sarebbe confermata da due testimoni oculari, estranei alla rissa e quindi, presumibilmente, immuni da quelle logiche di solidarietà che spesso offuscano la verità in casi come questo. Il legale ha spiegato che uno di loro è un minore, amico del branco ma rimasto ai margini della colluttazione, mentre l’altra è una ragazza che quella sera, completamente sconosciuta agli indagati, era seduta a un tavolino di un locale della piazza. Se le loro deposizioni dovessero trovare riscontro, la dinamica fin qui ipotizzata dagli inquirenti, che vedrebbe i ragazzi come i soli e violenti aggressori, subirebbe una scossa notevole, spostando l’attenzione su quanto accaduto nei secondi immediatamente precedenti il fatale scoppio della violenza.

I segni inequivocabili dell’autopsia e la versione del “pugno facile”

Mentre la difesa cerca di costruire una narrazione basata sulla legittima difesa, i primi esiti degli accertamenti medici legali restituiscono un quadro brutale della fine di Giacomo Bongiorni, il padre di famiglia ucciso sotto gli occhi del figlio di undici anni. Il medico legale, che ha completato l’esame sul, ha riscontrato una gravissima emorragia cranica e un dissestamento della mandibola, la quale è stata letteralmente spostata dalla violenza dei colpi ricevuti. Si tratta di particolari che, al momento, sembrano avvalorare la tesi dei pm – confermata anche da quanto dichiarato dalla compagna della vittima e dal cognato Gabriele Tognocchi, quest’ultimo rimasto ferito nel tentativo di difendere il parente – secondo cui il decesso sarebbe stato causato direttamente dai pugni e non, come talvolta accade in questi episodi, da una fatale caduta al suolo. Questi elementi, in attesa della perizia completa (il cui deposito è previsto tra trenta giorni), rendono ancora più delicata la posizione del diciassettenne; lui, che conosceva l’arte del pugno grazie agli anni passati sul quadrato, insiste nel raccontare di aver reagito con un colpo dopo aver ricevuto una testata. Una versione che, a detta dei legali, sarebbe suffragata dalle testimonianze esterne, ma che stride con la ferocia delle lesioni riscontrate sul volto e sul cranio del 47enne.

Il “muro” familiare e l’accusa alla vittima in tv

A complicare il già teso clima sociale attorno alla vicenda, sono arrivate le parole di alcuni genitori degli indagati, i quali – forse accecati dalla disperazione o forse semplicemente seguendo una precisa linea di difesa familiare – hanno scelto di puntare il dito contro chi non può più difendersi. Nel corso di una trasmissione televisiva, il padre di uno dei ragazzi fermati (nello specifico, come riportato da alcune fonti, riferendosi al figlio giovanissimo) ha rilasciato dichiarazioni che hanno suscitato un vespaio di polemiche: ha insinuato che la vittima fosse ubriaca, sostenendo la tesi paradossale secondo cui “se un bimbo di 16 anni ti dà un pugno, cadi giù solo se sei ubriaco o drogato”. Queste esternazioni, al netto del dolore di chi vede il proprio figlio in carcere, rischiano di gettare ulteriore fango su una memoria già spezzata, spostando il dibattito pubblico dalla violenza del “branco” alle presunte condizioni di salute della vittima. “Mi dispiace sia morto un padre di famiglia, mi dispiace che un bimbo ora sia senza il suo papà”, ha aggiunto l’uomo, tentando forse di ammorbidire un attacco diretto che, di fatto, rientra nella più classica delle strategie processuali: delegittimare la condotta della vittima per attenuare la responsabilità di chi ha colpito.

La custodia cautelare e i dubbi delle telecamere

Nonostante le pressioni e la nuova versione fornita dagli indagati (sostenuta da quei due testimoni che, secondo la difesa, avrebbero visto partire l’aggressione proprio da Bongiorni), il tribunale ha scelto la linea dura. Il gip minorile di Genova ha infatti convalidato il fermo per il 17enne, disponendo per lui la custodia in carcere (dopo un breve passaggio in un centro di prima accoglienza, è stato trasferito all’istituto penale minorile di Firenze) e rigettando la richiesta di domiciliari presentata dall’avvocato Forcina. I giudici hanno ritenuto sussistente il concreto pericolo di reiterazione del reato e, per il minore, anche quello di fuga. Le indagini, coordinate dalle procure di Massa e Genova, procedono ora in un intreccio serrato tra testimonianze, analisi forensi e la disamina dei filmati delle telecamere di sorveglianza di piazza Palma. Se da un lato le immagini hanno immortalato alcuni momenti dell’aggressione (si vedrebbe, ad esempio, il minore colpire e uno dei maggiorenni sferrare un calcio), dall’altro esiste un “angolo cieco” – coperto dalla chioma di un albero – che rende difficile verificare la veridicità della famosa “testata” raccontata dal branco. Un vuoto di prova che, inevitabilmente, diventa il campo di battaglia principale tra l’accusa e la difesa, in attesa che i funerali (previsti per domani in duomo, con lutto cittadino decretato dall’amministrazione) chiudano almeno il capitolo del dolore privato per una famiglia che ha visto spegnersi una vita nel cuore della notte.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.