Gaza, tra fame e bombe: proteste in Israele e l’ombra della carestia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i raid israeliani continuano a colpire la Striscia di Gaza, dove un altro centro medico è stato distrutto nel sud, il governo di Tel Aviv insiste nel negare l’esistenza di una carestia, pur autorizzando sporadicamente l’ingresso di aiuti umanitari. Le organizzazioni internazionali, però, denunciano da mesi una crisi alimentare sempre più grave, con migliaia di bambini ridotti alla malnutrizione.

A Sakhnin, città a maggioranza araba nel nord di Israele, centinaia di manifestanti sono scesi in piazza il 25 luglio per protestare contro quello che definiscono un "assedio deliberato" della Striscia. Cartelli con scritte come "Fermate la fame" hanno attraversato le strade, mentre la polizia monitorava la situazione senza intervenire. Le proteste, seppur pacifiche, riflettono una tensione crescente anche tra i cittadini arabo-israeliani, che accusano l’esecutivo di Netanyahu di aggravare la crisi umanitaria.

Intanto, a Gerusalemme, il Gran Muftì è stato arrestato e poi rilasciato poche ore dopo, senza che le autorità fornissero spiegazioni dettagliate. L’episodio, secondo osservatori locali, potrebbe essere legato al clima di repressione crescente contro le voci critiche nei confronti della guerra.

Oltre ai disordini interni, Israele deve fare i conti con le pressioni diplomatiche. La Francia ha annunciato di voler riconoscere lo Stato palestinese, una mossa che rischia di isolare ulteriormente Tel Aviv sulla scena internazionale. Le trattative per un cessate il fuoco, intanto, sono ancora in stallo, con Hamas che chiede il ritiro totale delle truppe israeliane e Netanyahu che rifiuta qualsiasi concessione.

A Giaffa, città mista a sud di Tel Aviv, ebrei e arabo-israeliani hanno marciato insieme, chiedendo la fine delle ostilità. "Non nel nostro nome", hanno gridato alcuni, mentre altri brandivano foto di bambini gazawi scheletrici. Le immagini di quei corpi denutriti, diffuse dalle Ong, sembrano aver scosso parte dell’opinione pubblica israeliana, tradizionalmente meno sensibile alle sofferenze palestinesi

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