Ravenna e la desertificazione commerciale, un allarme per i centri storici
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Redazione Economia
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La desertificazione commerciale, fenomeno che da anni attanaglia i centri urbani italiani, ha smesso di essere un'ipotesi astratta per trasformarsi in un processo ormai misurabile nei numeri e visibile nelle strade svuotate. A lanciare un monito specifico per Ravenna è stata Confcommercio, la quale ha calcolato un potenziale rischio di contrazione del numero di negozi pari al 30,9% entro il 2035, una proiezione che, se confermata, muterebbe radicalmente l'economia e il tessuto sociale della città. Questo allarme non nasce nel vuoto, ma si innesta su un trend nazionale consolidato e drammatico, che vede, come ha rilevato un approfondimento di Confesercenti, la chiusura di circa 130mila esercizi tra il 2011 e il 2025.
Un paese che perde i suoi negozi, soprattutto nei borghi
Il fenomeno, del resto, non colpisce in modo uniforme, concentrandosi con ferocia particolare proprio nei piccoli Comuni, dove la scomparsa di un'attività assume il peso di una perdita irreparabile per la collettività. Sono già 1100 i centri in Italia privi di un negozio di alimentari, un dato che racconta, più di qualsiasi analisi, il progressivo spopolamento di servizi essenziali dalle aree più periferiche. Paradossalmente, come sottolineano gli stessi studi, la superficie commerciale complessiva nel paese è aumentata, ma si tratta di un incremento ingannevole, legato esclusivamente all'espansione della dimensione media dei punti vendita, i quali passano da 117 a 144,5 metri quadrati, a testimonianza di un modello che premia la grande struttura a scapito del piccolo esercizio.
La crisi vissuta sulla propria pelle
"Ci arrendiamo": è il titolo amaro di un album fotografico che ritrae negozianti costretti a chiudere, storie di insegne che hanno attraversato intere generazioni ma che non reggono più l'impatto con la concorrenza del grande commercio online e il peso di un carico fiscale spesso percepito come asfissiante. Chi ha vissuto il settore in prima persona, come una commerciante che racconta una tradizione familiare radicata nell'ambulantato e nella gestione di un negozio, descrive senza mezzi termini un declino osservato in trent'anni, un periodo durante il quale, a suo dire, le difese istituzionali e sindacali sono spesso venute meno. La chiusura di quelle saracinesche non lascia solo amarezza nei titolari, ma impronta di malinconia i clienti e contribuisce in modo decisivo allo svuotamento dei centri storici, privandoli di vitalità e relazioni umane.
Le radici di un cambiamento epocale
Le radici di questa trasformazione, che alcuni definiscono senza mezzi termini una "morte" del commercio tradizionale, vengono fatte risalire alla stagione delle liberalizzazioni, quando la modifica delle regole del settore avviò, di fatto, un processo di concentrazione favorevole alle grandi realtà multinazionali. Quel cambiamento normativo, che doveva introdurre maggiore concorrenza, ha innescato invece una dinamica di lungo periodo i cui effetti si sono rivelati devastanti per la piccola impresa. Gli oltre 140mila esercizi al dettaglio – tra negozi e ambulanti – chiusi in Italia negli ultimi dodici anni, secondo i dati di Confcommercio nazionale, sono la prova tangibile di un mutamento di scenario che non accenna a fermarsi, lasciando sul campo non solo un problema economico, ma una questione identitaria per intere città.




