Confesercenti lancia l'allarme: persi 21.700 negozi in un anno, avanza la desertificazione commerciale
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Redazione Economia
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I numeri, che parlano di un arretramento preoccupante e tutt'altro che fisiologico, fotografano una contrazione profonda del tessuto produttivo nazionale, la quale, nonostante un generale aumento dell'occupazione, si accompagna a un paradosso stridente: più persone lavorano, ma i redditi delle imprese e dei lavoratori autonomi continuano a diminuire. Questo scenario, emerso con forza durante l'assemblea annuale di Confesercenti, delinea un panorama in cui la piccola e media impresa, soprattutto nei settori del commercio al dettaglio, dell'alloggio e della ristorazione, fatica a trovare ossigeno, costretta a una corsa a ostacoli quotidiana che, nel solo arco di dodici mesi tra il 2024 e il 2025, ha portato alla chiusura di 21.700 attività, una diminuzione del 2,9% che segna un passo decisivo verso quella che gli osservatori definiscono ormai, senza mezzi termini, una "desertificazione commerciale".
Un deserto che avanza: i comuni senza servizi di base
L'indagine Ipsos, diffusa in parallelo ai dati dell'associazione, fornisce le coordinate di questo spopolamento, andando a mappare un'Italia dove i servizi di prossimità diventano un ricordo: si calcola, infatti, che un comune su otto sia ormai privo di un negozio di alimentari, mentre la situazione peggiora drasticamente se si considerano le edicole, le librerie o i negozi di articoli sportivi, assenti in oltre 3.200 municipalità dove risiedono più di 3,8 milioni di persone. La carenza, che si fa sentire anche nel settore dei carburanti con quasi quattromila comuni senza un benzinaio, costringe una fetta significativa della popolazione, circa 6,6 milioni di residenti, a spostamenti lunghi e onerosi per soddisfare bisogni primari, erodendo ulteriormente il potere d'acquisto e accentuando il senso di abbandono di intere aree del paese.
Napoli e il bivio simbolico di un modello di città
Se il fenomeno è nazionale, esso assume connotati particolarmente acuti e simbolici in alcune realtà urbane storiche, come Napoli, dove la chiusura delle botteghe non rappresenta più soltanto un episodio di crisi congiunturale ma il sintomo di una fragilità strutturale. La città, che da tempo vede scendere le serrande in sequenza, si trova oggi a un punto di svolta, davanti a una scelta sulla sua stessa identità futura: quella tra quartieri vissuti, animati da attività commerciali e artigianali, e spazi urbani sempre più silenziosi e svuotati, nei quali la scomparsa del negozio sotto casa segna anche la perdita di un presidio sociale fondamentale.
La trappola del consumo digitale e il crollo del modello tradizionale
A trainare questo cambiamento epocale, accelerandone gli effetti, è l'inarrestabile migrazione degli acquisti verso il canale digitale, un fenomeno che, mentre decolla, prosciuga le strade. Solo nell'ultimo anno, le consegne legate all'e-commerce hanno toccato la cifra emblematica di un miliardo di pacchi, equivalenti a una media di 18 per ogni italiano, un dato che spiega da solo la pressione insostenibile sul commercio fisico. Questo spostamento massiccio dei consumi, unito a una contrazione generale della domanda, crea una tempesta perfetta per le attività tradizionali, sempre più schiacciate tra costi fissi elevati e un calo dei ricavi che non lascia spazio al respiro, confermando come la battaglia per la sopravvivenza dei negozi di vicinato sia ormai una questione centrale per l'economia reale del paese.




