Desertificazione commerciale, dal 2012 un terzo dei negozi di Lodi cancellato: l’allarme di Confcommercio
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Redazione Economia
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Il fenomeno della desertificazione commerciale, che da oltre un decennio sta ridefinendo il volto delle città italiane, assume contorni particolarmente netti se osservato attraverso la lente dei numeri relativi al capoluogo lodigiano. Secondo quanto emerge dal rapporto “Città e demografia d’impresa” presentato dalla Confcommercio nazionale il 12 marzo scorso a Roma, Lodi città ha registrato tra il 2012 e il 2025 una contrazione del 31,1% delle proprie attività legate al commercio al dettaglio, sia esso in sede fissa o ambulante. Un dato, questo, che si inserisce in un quadro nazionale drammatico evidenziato dall’Ufficio Studi della Confederazione, il quale stima in 156mila il numero complessivo di negozi e attività ambulanti scomparse nell’arco temporale considerato, una perdita che rappresenta oltre un quarto dell’intero tessuto commerciale italiano.
La mappa della crisi tra Lombardia e Mezzogiorno
Il declino del commercio di vicinato, lungi dall’essere un fenomeno omogeneo, si declina in modo diverso lungo la Penisola, con picchi di sofferenza in alcune aree specifiche e dinamiche di trasformazione in altre. Nel Lodigiano, pur con una lieve ripresa di otto attività tra il 2022 e il 2025, il bilancio complessivo degli ultimi tredici anni rimane pesantemente negativo, specchiando una tendenza osservabile in molti centri urbani del Nord. A fare da contraltare, seppur con dinamiche differenti, è la situazione di realtà come Barletta, che nella classifica nazionale stilata dallo stesso studio si posiziona al settantesimo posto per calo di imprese, registrando una flessione del 25,4% nello stesso lasso di tempo. Il Mezzogiorno, tuttavia, presenta un’altra faccia della crisi: mentre al Nord il crollo maggiore riguarda i negozi al dettaglio, nel Sud a subire le perdite più ingenti – si sfiora il 50% a Barletta e Trani – è il commercio ambulante, un settore che per anni ha rappresentato una leva cruciale per l’economia locale.
Centri storici svuotati e l’appello dei pubblici esercizi
La contrazione delle attività, che a Lodi si traduce in una perdita di 68 imprese nel solo centro storico nel corso degli ultimi tredici anni, si manifesta nei contesti urbani con il drammatico fenomeno delle serrande abbassate, un segno tangibile che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. A Campobasso, per esempio, l’Associazione pubblici esercizi del Molise (Apem) ha lanciato un monito chiaro e privo di ambiguità, dichiarando che il declino del centro storico non è una previsione futura ma una fotografia dolorosamente presente. Le loro parole, che risuonano come un appello alla concretezza, chiedono di abbandonare la logica dei tavoli di confronto infiniti per abbracciare invece scelte operative capaci di invertire la rotta, considerando che la riduzione della presenza umana e delle vetrine accese non solo impoverisce l’economia, ma altera profondamente la percezione di sicurezza e la vivibilità stessa dei quartieri.
La metamorfosi del commercio tra e-commerce e ristorazione
A spiegare la portata di questa trasformazione non basta evocare la crisi dei consumi, ma occorre considerare il radicale mutamento nelle abitudini degli italiani, un cambiamento che l’analisi di Confcommercio fotografa con precisione chirurgica. Se da un lato si assiste a un’emorragia di attività storiche – le edicole hanno subito un crollo del 52%, l’abbigliamento e le calzature perdono il 37% – dall’altro esplodono settori come l’alloggio e la ristorazione, con un aumento di 19mila imprese sul territorio nazionale. Questa metamorfosi, alimentata dalla crescita impetuosa dell’e-commerce che tra il 2019 e il 2025 ha quasi raddoppiato il proprio valore passando da 31,4 a 62,3 miliardi di euro, sta trasformando i centri storici in luoghi sempre più orientati al turismo e al consumo occasionale, sacrificando quella funzione di prossimità che per decenni ha garantito servizi essenziali ai residenti. E proprio questo scollamento tra l’offerta commerciale e le esigenze quotidiane dei cittadini rappresenta, forse, la ferita più profonda inferta al tessuto sociale delle città.




