La desertificazione commerciale avanza: in 13 anni sparito un negozio su cinque, dai centri storici alle periferie

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tessuto urbano delle città italiane, e non soltanto nei centri storici più iconici ma anche nelle periferie e nei piccoli comuni, sta subendo una mutazione profonda e silenziosa, con saracinesche che si abbassano per non riaprire più e vetrine che restano opache, testimoni di un'emorragia commerciale che non accenna a fermarsi. L'undicesima edizione dell’analisi “Città e demografia d’impresa”, realizzata dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, dipinge un quadro nitido e impietoso di questo fenomeno, che gli esperti definiscono "desertificazione commerciale": tra il 2012 e il 2025, l'Italia ha visto scomparire 156mila punti vendita al dettaglio e attività ambulanti, un numero che rappresenta oltre un quarto dell'intero tessuto commerciale nazionale, con un'accelerazione del tasso di chiusura annuo che ha raggiunto il 3,1% nell'ultimo anno. I numeri, del resto, raccontano di una trasformazione che non risparmia nessuna regione, seppur con intensità diverse: al Nord, in particolare, città come Belluno, Vercelli, Trieste e Gorizia registrano perdite superiori al 33%, mentre al Sud si osserva una tenuta leggermente migliore, con Crotone che chiude il periodo con un calo contenuto all'1,8%. Quella che emerge è una geografia della sofferenza diffusa, dove le botteghe storiche, i negozi di abbigliamento, le edicole e i piccoli esercizi di prossimità cedono il passo a un'offerta commerciale sempre più polarizzata tra grande distribuzione, colossi dell'e-commerce e attività legate al turismo e alla ristorazione.

Il cambiamento radicale nei centri storici e nelle periferie

Analizzando i dati nel dettaglio, emerge con chiarezza come la morfologia del commercio stia cambiando volto in modo sostanziale, specialmente nei centri storici, un tempo cuore pulsante degli scambi e della socialità. Secondo le rilevazioni di Confcommercio, le attività tradizionali legate ai beni non alimentari hanno subito i contraccolpi più violenti: le edicole, per esempio, hanno visto una diminuzione drammatica del 51,9%, seguite dai negozi di abbigliamento e calzature con un -36,9%, e da quelli di mobili e ferramenta, scesi del 35,9%. Non se la passano meglio le librerie e i negozi di giocattoli, che registrano un calo del 32,6%, mentre l'ambulantato tradizionale arretra del 27,7%. A fronte di questa emorragia, crescono invece in modo esponenziale le attività di alloggio, in particolare quelle riconducibili agli affitti brevi, che nei centri urbani hanno fatto segnare un incremento del 184,4%, trasformando interi quartieri in contenitori turistici a discapito dei servizi per i residenti. Anche la ristorazione, pur con dinamiche differenti, mostra un segno positivo, con un aumento dei ristoranti del 35% e delle rosticcerie, gelaterie e pasticcerie del 14,4%, segno di una città che si sta riconfigurando sempre più come meta per visitatori e meno come spazio vissuto quotidianamente dai suoi abitanti.

Le città lombarde e il caso emblematico di Bergamo

In questo panorama nazionale, la Lombardia non fa eccezione, anzi, conferma il trend con numeri che preoccupano gli operatori del settore. Secondo l'osservatorio regionale sul commercio in sede fissa, tra il 2019 e il 2025 i negozi di vicinato sono diminuiti di quasi 3.500 unità, con un'accelerazione preoccupante negli ultimi due anni del periodo considerato. Se Milano e Varese mostrano una certa resilienza, con una crescita rispettivamente di 3.366 e 331 attività rispetto al 2012, altre province arrancano: Brescia guida la classifica negativa con 3.323 negozi in meno, seguita proprio da Bergamo che, nello stesso arco temporale, ha perso 522 attività di vicinato. Il dato, per il capoluogo orobico, si allinea alla media regionale che parla di un calo complessivo del 24% delle attività commerciali, ma gli operatori locali sottolineano come il tessuto imprenditoriale bergamasco, pur mostrando una tenuta superiore rispetto ad altre aree del paese, sconti una carenza di coinvolgimento nelle scelte di pianificazione urbana e nelle politiche di sviluppo territoriale. La sensazione, diffusa tra i commercianti, è quella di assistere a trasformazioni decise altrove, senza che chi presidia quotidianamente le strade della città venga ascoltato o messo nelle condizioni di contribuire attivamente alla rivitalizzazione degli spazi pubblici.

Il paradosso dell'e-commerce e la tenuta del commercio fisico

A contribuire in modo determinante a questa ristrutturazione del settore è, senza dubbio, l'ascesa inarrestabile delle vendite online, sebbene alcuni dati offrano spunti di riflessione interessanti che ridimensionano parzialmente il ruolo dell'e-commerce come unico responsabile della crisi. Le analisi dell'Ufficio Studi di Confcommercio evidenziano come, tra il 2015 e il 2025, l'indice delle vendite al dettaglio sia cresciuto complessivamente del 14,4%, ma con una divaricazione profonda: le piccole superfici sono rimaste ferme allo 0%, mentre l'online è quasi triplicato, passando da un valore di 31,4 miliardi di euro nel 2019 a 62,3 miliardi nel 2025. La penetrazione dell'e-commerce sul totale dei consumi di beni acquistabili online ha raggiunto l'11,3%, e quella sui servizi il 18,4%, numeri che testimoniano un cambiamento strutturale delle abitudini d'acquisto degli italiani. Eppure, secondo uno studio della Cgia di Mestre, circa il 90% delle vendite di prodotti continua a svolgersi presso i negozi fisici, con l'Italia che rimane penultima in Europa per acquisti online, davanti alla sola Bulgaria. Il paradosso, dunque, è che la crisi dei piccoli esercizi non può essere imputata esclusivamente alla concorrenza digitale, visto che la stragrande maggioranza degli scambi avviene ancora tra quattro mura, ma piuttosto a un insieme di fattori che includono il calo del potere d'acquisto delle famiglie, la burocrazia soffocante e una pressione fiscale che molti imprenditori non riescono più a sostenere, mentre i giganti del web continuano a operare con regimi fiscali agevolati che sviliscono la concorrenza.

Le realtà locali tra sofferenza e trasformazione

Scendendo ancora più nel dettaglio territoriale, emergono storie locali che raccontano la stessa sofferenza con accenti diversi. Alla Spezia, per esempio, in tredici anni sono sparite più di 300 attività, con un verdetto che gli operatori della Confcommercio locale non esitano a definire di sofferenza diffusa, dal centro alle periferie, senza soluzione di continuità. In Basilicata, invece, il fenomeno assume contorni differenziati tra i due capoluoghi: Potenza ha perso il 23,7% dei suoi negozi, mentre Matera registra un calo del 17,9%, un dato che potrebbe far pensare a una maggiore resilienza della città dei Sassi, ma che va letto alla luce di un turismo in crescita che, come altrove, sta modificando la destinazione d'uso degli spazi commerciali a vantaggio delle attività ricettive e di ristorazione. In provincia di Udine, il dibattito si infiamma attorno alle repliche e alle controrepliche tra amministratori e associazioni di categoria, con il comune di Aiello del Friuli e molte altre realtà del territorio che si interrogano su come arginare un declino che sembra inarrestabile, mentre un lungo elenco di nomi di località, da Trieste a Gorizia, da Nova Gorica a Percoto, punteggia il racconto di una regione che vede assottigliarsi la propria rete di prossimità. Quello che emerge, al netto delle specificità locali, è un quadro nazionale coerente nella sua drammaticità, dove le saracinesche che si abbassano rappresentano molto più di una semplice transazione commerciale che viene meno: sono pezzi di comunità che si perdono, presidi di socialità che si spengono, pezzi di città che si svuotano di significato e si preparano ad accogliere, chissà, altre funzioni, altri abitanti, altri turisti, in un ciclo di trasformazione urbana che sembra ormai aver imboccato un viale dal quale è difficile tornare indietro.

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