Borse in diretta, prezzo del petrolio oggi 9 aprile: l’euforia per la tregua lascia spazio ai nodi irrisolti sul fronte mediorientale
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Redazione Economia
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L’avvio delle contrattazioni sui mercati del Vecchio Continente, sebbene caratterizzato da una sostanziale tenuta degli indici futures che viaggiano intorno alla parità, tradisce quella che ormai è una cautela diffusa tra gli investitori: l’euforia generata dall’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, una tregua che pure aveva scatenato un rally storico nella giornata di ieri, si è infatti rapidamente scontrata con la cruda realtà di un fronte di crisi ancora caldo. Il fragile accordo, della durata di due settimane e mediato dal Pakistan, ha mostrato le sue prime crepe nemmeno ventiquattr’ore dopo la sua formalizzazione; a pesare sul sentiment è l’escalation della violenza in un teatro, quello libanese, che le parti faticano a tenere separato dalle dinamiche del negoziato principale.
A rompere l’incantesimo dei mercati – e a riportare il barometro del rischio su livelli di guardia – sono stati i pesanti raid condotti da Israele sul Libano, attacchi che l’esercito israeliano ha definito tra i più estesi del 2026 e che hanno provocato un numero significativo di vittime tra la popolazione civile. La posizione di Gerusalemme, in questo frangente, è apparsa chiara fin da subito: la tregua siglata con Teheran non si estende al fronte con Hezbollah, una distinzione che tuttavia l’Iran ha immediatamente contestato, considerandola una violazione sostanziale dello spirito dell’intesa. Da Teheran, un alto funzionario ha dichiarato che alcuni elementi della proposta sono già stati violati, bollando come "irragionevole" la prosecuzione dei negoziati per una pace permanente se le condizioni sul terreno non dovessero cambiare.
Il petrolio torna a correre, lo spettro di Hormuz blocca i rifornimenti
L’effetto più immediato e tangibile di questa improvvisa inversione di tendenza si è abbattuto sulle quotazioni delle materie prime energetiche, cancellando di fatto parte dei forti ribassi registrati nella seduta precedente. Il prezzo del petrolio, dopo il crollo di ieri che aveva riacceso le speranze di una deflazione dei costi energetici, è tornato a impennarsi con decisione: il contratto di maggio sul Wti americano guadagna il 3,5% arrivando a 97,7 dollari al barile, mentre il Brent per giugno sale del 2,4% attestandosi a 97,05 dollari.
Il motore di questa risalita va ricercato in quello che ormai è il vero e proprio nodo strategico del conflitto, lo Stretto di Hormuz. Nonostante le rassicurazioni di facciata, il passaggio delle petroliere rimane di fatto bloccato; l’agenzia stampa iraniana Fars ha riferito che il transito è stato nuovamente interrotto in risposta diretta agli attacchi israeliani su Beirut, una chiusura che rappresenta l’arma di ricatto più potente nelle mani di Teheran per fare pressione sulla comunità internazionale. La situazione, pertanto, resta di stallo: l’amministrazione americana, con il presidente Trump che chiede la riapertura immediata del canale senza imposizione di pedaggi, vede le proprie forze armate rimanere schierate nelle acque e nei cieli circostanti, pronte a reagire a qualsiasi nuova minaccia.
Listini in rosso, il rally di Milano svanisce in attesa di sviluppi
Sul fronte azionario, la fredda doccia per gli investitori è stata altrettanto brusca. Milano, che nella sessione precedente aveva recuperato oltre 28 miliardi di capitalizzazione riavvicinandosi con decisione ai valori precedenti l’esplosione del conflitto, si trova oggi a fare i conti con una realtà molto meno rosea. L’apprensione è tornata a tingere di rosso i listini del Vecchio Continente, dove il rally di sollievo si è trasformato in attesa. I future sull’Eurostoxx50 viaggiano in lieve rialzo teorico (+0,09%), un dato statistico che però nasconde una sostanziale immobilità operativa dettata dall’incertezza.
A gravare sulle piazze finanziarie non è solo il rincaro dell’oro nero, che rischia di riaccendere le spirali inflazionistiche appena sopite, ma la consapevolezza che il quadro geopolitico resta esposto a rischi di improvvisa escalation. I negoziati, è bene ricordarlo, proseguiranno nei prossimi giorni a Islamabad, ma l’agenda appare quanto mai ingarbugliata: da una parte la richiesta iraniana di includere il Libano nella tregua – richiesta già respinta da Washington e Tel Aviv – dall’altra la posizione degli Stati Uniti che condizionano la propria ritirata a un rispetto "pieno" dell’accordo raggiunto, minacciando di riaprire il fuoco in caso di inadempienze. In questo contesto di fuoco incrociato diplomatico, gli investitori preferiscono mantenere le posizioni in attesa di segnali più chiari, consapevoli che il transito nello Stretto di Hormuz rappresenta il termometro più affidabile dello stato di salute di questa tregua.




