La stoccata di Infantino e l’Italia che non c’è: “Con 208 squadre forse si qualifica”
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Redazione Sport
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La mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo, la terza consecutiva per una nazionale che un tempo dominava la scena, rappresenta ormai un dato strutturale più che un’eccezione statistica. In questo contesto di assenza prolungata – l’azzurro manca dall’appuntamento iridato ormai da dodici anni – la battuta del presidente della Fifa, Gianni Infantino, è piombata come una doccia gelata nel dibattito pubblico, riaprendo una ferita che il tempo non ha ancora rimarginato.
Intervistato dal canale brasiliano CazéTV a margine della cerimonia inaugurale dei Mondiali 2026, il dirigente di origini italiane ha infatti lasciato intendere che l’unica via per rivedere l’Italia ai nastri di partenza sarebbe un allargamento abnorme del torneo.
La provocazione, per quanto velata da un sorriso, suona come una presa in giro difficilmente digeribile per un paese che, nonostante il flop sportivo, continua a viaggiare in massa verso il Nord America: i dati relativi al turismo italiano verso Stati Uniti, Canada e Messico raccontano infatti di una passione irriducibile, capace di trasformare l’amarezza in voglia di spettacolo.
“Forse con 64 o addirittura 208”: l’ironia amara di Infantino
Le dichiarazioni rilasciate dal numero uno del calcio mondiale, lo stesso che ha fortemente voluto il format a 48 squadre per questa edizione, hanno immediatamente fatto il giro del web scatenando reazioni contrastanti. “Vediamo come andrà questa Coppa del Mondo – ha esordito Infantino – è chiaro che si tratta di un evento enorme, abbiamo già discusso dell’ipotesi di arrivare a 64 squadre per coinvolgere ancora di più tutto il mondo. La proposta è stata presentata al Consiglio Fifa”.
Ed è qui che arriva la stilettata: “Forse con 64 squadre l’Italia riuscirebbe a qualificarsi… potremmo arrivare a 208 per vedere se ce la fa”, una battuta che solleva più di un interrogativo visto che il ranking Fifa conta esattamente 211 nazionali affiliate. Il presidente, che pure vanta un cognome dal suono italianissimo, non ha quindi usato mezzi termini nel deridere l’assenza degli azzurri, un’assenza che stride clamorosamente con l’enorme seguito di tifosi nostrani pronti comunque a invadere gli stadi oltreoceano.
Turismo e paradossi: italiani in America, ma senza la nazionale
Se la squadra di Gennaro Gattuso, che aveva rilevato l’eredità di Luciano Spalletti, è stata eliminata nel playoff decisivo dalla Bosnia Erzegovina, i viaggiatori italiani sembrano non aver ricevuto la stessa comunicazione. Nonostante la delusione sportiva, la Penisola si posiziona nella top 10 dei mercati turistici internazionali per volumi di prenotazioni aeree verso i paesi ospitanti l’evento, un paradosso che la dice lunga sull’attaccamento viscerale alla disciplina del pallone.
Secondo gli ultimi dati elaborati dalla piattaforma Sojern, l’Italia esprime il 2,6% delle prenotazioni internazionali complessive (escludendo il traffico domestico nordamericano), un dato che la colloca subito dietro a colossi come il Regno Unito (20,2%) e la Germania (5,0%). Questo flusso, alimentato da una passione che non trova più sfogo nel tifo organizzato per la rappresentativa nazionale, conferma che l’abitudine all’esclusione non ha ancora intaccato il desiderio di vivere la festa del calcio, anche se da semplici spettatori.
L’assenza prolungata e il panorama che cambia
L’Italia, che nel corso della sua storia aveva mancato la qualificazione alla fase finale del Mondiale soltanto in rare occasioni, ha trasformato questo flop in una consuetudine che rasenta l’abitudine, un dato allarmante per il movimento calcistico nazionale. Dopo le delusioni del 2018 e del 2022, ecco quindi la terza esclusione consecutiva (senza contare i passati turni), un’emorragia tecnica che Infantino ha cinicamente fotografato con la sua provocazione.
Mentre la Bosnia Erzegovina, tra le altre, approfitta del nuovo format allargato per calcare i campi di gioco, gli azzurri sono relegati al ruolo di comparse nel dibattito mediatico, o peggio, di bersaglio comico per le più alte cariche del calcio che conta. Lo svizzero, acclamato ma anche criticato per la gestione dei calendari e l’eccessiva commercializzazione del prodotto, ha quindi colto l’occasione per rilanciare l’idea – già ventilata in passato – di un torneo a 64 squadre, magari in occasione del centenario del 2030.
Una possibilità, quest’ultima, che per molti osservatori rappresenterebbe un ulteriore svuotamento del valore agonistico della competizione, ma che nelle parole di Infantino diventa una beffarda ancora di salvezza per gli ex campioni del mondo. E mentre il calcio d’élite si appresta a vivere l’estate nordamericana, il paese dei quattro scudetti mondiali si interroga, forse per l’ultima volta, su dove abbia sbagliato il percorso di crescita dei propri vivai.




