Verso il conclave: il gioco dei nomi e le sfide di un mondo multipolare
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Redazione Interno
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Sui media globali è già partita la corsa ai nomi che potrebbero guidare la Chiesa dopo Francesco. Non si tratta solo di una curiosità giornalistica, ma di un meccanismo che, ripetendo certi nomi, sembra suggerire ai cardinali elettori una direzione. «Guardate, il mondo si aspetta che il papa esca da questa rosa», è il messaggio implicito. Un conclave che si annuncia multipolare, senza punti di riferimento certi, con elettori provenienti da 71 Paesi e tutti i continenti: una ricchezza, ma anche un rompicapo.
Già lo scorso mese, il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva messo in guardia sulla crisi del multilateralismo, riflesso di un mondo ormai frammentato. «Gli organismi internazionali nacquero in un’epoca diversa, quella della Guerra Fredda», aveva osservato. «Oggi i centri di potere si moltiplicano, e trovare un equilibrio è più complesso». Una dinamica che, se applicata alla Chiesa, rende il prossimo conclave un banco di prova delicato.
Si alternano fretta e prudenza: da un lato, l’esigenza di colmare il vuoto di potere; dall’altro, la consapevolezza che mediare tra tante sensibilità richiederà tempo. Le operazioni potrebbero aprirsi il 5 o il 6 maggio, ma i numeri parlano chiaro: a Roma, fino a ieri, solo 113 cardinali su 252 erano presenti. Un ritmo lento, che lascia intendere quanto sia articolato il processo.
Tra i nomi più ricorrenti c’è quello del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, spesso definito il «Francesco d’Asia». Durante una visita pastorale a Manila nel 2015, sette milioni di fedeli accorsero alla messa, un record storico. «Il futuro della Chiesa è in Asia», aveva commentato il papa, colpito da quella partecipazione. Tagle, che a giugno compirà 68 anni, incarna una Chiesa giovane e radicata in un continente in crescita: le Filippine, dove l’80% della popolazione è cattolica, sono un baluardo della fede in un’area dominata da altre religioni.




