La montagna, quel silenzio e la carriera di un geologo: Stefano Poli travolto da una valanga sulla Becca di Nana

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Un fronte di circa cento metri di neve che si stacca e precipita a tremila metri di quota, inghiottendo un uomo che quelle montagne le conosceva bene, le studiava da petrologo e le percorreva da scialpinista esperto, è la dinamica, purtroppo consueta nella sua tragicità, dell’incidente costato la vita a Stefano Poli, 66 anni, professore ordinario all’Università Statale di Milano. La moglie, geologa anche lei, nel primo pomeriggio di domenica ha lanciato l’allarme: il marito, partito la mattina da Antagnod per un’escursione in solitaria, non era rientrato e non rispondeva al telefono, un silenzio, quello che segue un distacco, che i soccorritori conoscono fin troppo bene. Le ricerche, condotte dal Soccorso alpino valdostano e dalla Guardia di finanza con un sorvolo in elicottero, hanno confermato i timori: la valanga, staccatasi sulle pendici della Becca di Nana in Val d’Ayas, lo aveva travolto mentre scendeva, dopo che lui stesso, dalla cima, aveva inviato un messaggio per avvisare i familiari dell’inizio della discesa.

Bergamasco d’origine, cresciuto con le Alpi Orobiche nel cuore come hanno ricordato amici e colleghi, Poli viveva a Pozzuolo Martesana, nel Milanese, ma il suo legame con la terra e la sua struttura profonda era anche, e forse soprattutto, professionale. Laureato in Scienze geologiche nel 1984, aveva trascorso quasi cinquant’anni in Statale, un percorso che lo aveva visto ricoprire ruoli di primo piano: professore ordinario di Petrologia e Petrografia, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio” dal 2017 e, dal 2022, membro del consiglio di amministrazione dell’ateneo. Una carriera, la sua, segnata da uno sguardo costantemente rivolto alla ricerca internazionale, con collaborazioni con l’Eth di Zurigo e il Bayerisches Geoinstitut di Bayreuth, e da un’instancabile capacità di costruire ponti tra lo studio puro e le sue applicazioni concrete, come quando fondò il primo spin-off dell’università, la Petroceramics, o quando, durante il lockdown, contribuì a realizzare un museo virtuale delle collezioni di minerali.

L’eco della sua scomparsa ha varcato immediatamente i confini dell’accademia, toccando corde profonde in chi lo conosceva. Lucia Angiolini, direttrice del dipartimento di Geologia, lo ha descritto come un punto di riferimento di un’onestà intellettuale estrema, uno scienziato che amava viaggiare e che aveva fatto della montagna non solo una palestra ma una parte integrante della sua vita. E c’è chi, come Patrizia Fumagalli, sua allieva negli anni Novanta e poi collega, ne ha ricordato la figura instancabile durante le campagne geologiche, dalle Alpi al Karakorum, uno “stambecco” che spronava tutti ma non lasciava indietro nessuno. Al di là delle mura universitarie, un altro pezzo della sua vita affiora nei ricordi di chi ha condiviso con lui battaglie ambientaliste: per il Wwf di Bergamo, come ha raccontato Gloria Sigismondi dell’Oasi di Valpredina, la sua scomparsa è come la perdita di un fratello, un uomo che negli anni Ottanta contribuì a fondare quella realtà naturale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.