"Cime tempestose" di Emerald Fennell, la scenografia di Suzie Davies è l'unico elemento che mette d'accordo critica e pubblico

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’è un aspetto su cui critici e spettatori, solitamente divisi da trincee opposte, sembrano trovare un punto d’incontro, questo è la straordinaria potenza visiva di “Cime tempestose”, l’operazione cinematografica con cui Emerald Fennell ha portato sullo schermo – o forse sarebbe più corretto dire ha reinventato – il romanzo di Emily Brontë. Nel dibattito che infuria ormai da mesi, alimentato da polemiche feroci sulle scelte di casting che vedono Margot Robbie e Jacob Elordi nei panni di Catherine e Heathcliff, e sulle licenze prese con la trama originale, la qualità della messa in scena emerge come un baluardo inattaccabile. A firmare questo impianto estetico è Suzie Davies, scenografa due volte candidata all’Oscar, il cui lavoro, come racconta lei stessa ad Architectural Digest, non mirava a una ricostruzione archeologica dell’Ottocento quanto piuttosto a restituire una sensazione, quel brivido viscerale che si prova leggendo il libro da adolescenti -4. La sua non è una semplice architettura, ma la materializzazione di una psiche tormentata, e in questo risiede la sua forza.

Le location scelte per le riprese, del resto, non fanno da mero sfondo alla tragedia ma ne diventano il motore stesso, un personaggio silente e onnipresente. Il cuore pulsante della pellicola batte nelle brughiere selvagge dello Yorkshire Dales National Park, tra i sentieri che si perdono nella nebbia di Old Gang Smelt Mill e le rocce di Bridestones Moor; paesaggi che, come sottolinea un'analisi approfondita di Sky TG24, non sono idilliaci ma esausti, quasi consumati dal tempo, un riflesso dell’anima dei protagonisti -2. A questo mondo di vento e pietra si contrappone la Knole House nel Kent, seicentesca dimora storica che incarna la civiltà come gabbia dorata, un luogo di simmetrie e regole dove la natura, quella vera, viene addomesticata e rinchiusa in teche di vetro. La frattura tra i due ambienti è la stessa che lacera Cathy, divisa non tanto tra due uomini quanto tra due modi inconciliabili di abitare il mondo.

Ma è nei set costruiti in studio, presso i Warner Bros. Studios Leavesden, che la visione di Fennell e Davies raggiunge il suo apice, trasformando l’architettura in un’estensione del. Wuthering Heights, la dimora degli Earnshaw, è concepita come un organismo vivo e malato: rocce di ardesia squarciano le pareti, l’umidità trasuda dai muri e i soffitti bassi schiacciano letteralmente i personaggi, a partire dall’altissimo Heathcliff di Elordi. All’opposto, Thrushcross Grange è un tripudio di colori, un gioiello, ma la sua bellezza è quella di una prigione patinata -4. L’elemento più dirompente, però, è la trasformazione della materia in carne: nella sua stanza da letto, le pareti sono stampate con la pelle di Margot Robbie, vene e lentiggini comprese, e quando Cathy si ammalerà, quelle stesse superfici stilleranno il suo sudore -6. Non c’è superficie innocente, ogni elemento è saturo di significato, dalle mani in gesso dei membri della troupe che spuntano come raccapriccianti candelabri ai piccoli pesci rossi imprigionati nelle sfere di vetro, a simboleggiare un destino di claustrofobia emotiva.

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