Caso Ranucci, la difesa di Lavitola prepara la controffensiva: "Ranucci chiese più protezione"
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Redazione Interno
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Il caso che vede al centro Valter Lavitola, ex editore e imprenditore attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia con l'accusa di essere il mandante dell'attentato ai danni del giornalista Rai Sigfrido Ranucci, si arricchisce di un nuovo e decisivo capitolo processuale.
Dopo il fallimento della richiesta di scarcerazione e la conseguente concessione degli arresti domiciliari, negata dal tribunale del riesame, i legali dell'imprenditore stanno mettendo a punto una strategia difensiva a tutto campo che si articolerà su due fronti principali: da un lato, una nuova istanza di riesame delle misure cautelari, dall'altro, la richiesta di un nuovo interrogatorio per il loro assistito, volto a chiarire alcuni elementi emersi nel corso delle indagini e ritenuti non sufficientemente approfonditi dagli inquirenti.
Il nuovo corso della difesa e le prossime mosse processuali
Secondo quanto reso noto dall'avvocato Sergio Cola, che assiste Lavitola, la prossima settimana sarà depositata una nuova richiesta di riesame riguardante le misure cautelari che tengono l'imprenditore dietro le sbarre. Questa mossa processuale, che rappresenta il primo tassello della controffensiva annunciata dalla difesa, si affianca alla volontà di integrare le dichiarazioni già rese da Lavitola, attraverso un nuovo interrogatorio formale.
I magistrati della procura di Roma, che coordinano l'inchiesta sull'attentato andato in scena lo scorso anno sotto l'abitazione del conduttore di Report, avevano espresso più di un dubbio su alcuni aspetti della confessione resa da Lavitola, definendo "fumosi" alcuni passaggi relativi alla dinamica dell'evento e al ruolo specifico giocato dallo stesso nella fase organizzativa dell'aggressione.
L'argomento della difesa e la richiesta di scorta
L'elemento più significativo emerso dalle dichiarazioni del legale riguarda la vicenda della scorta: stando a quanto affermato da Cola, "gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta", una circostanza che, secondo la difesa, proverebbe come il giornalista avesse compreso, già nelle fasi immediatamente successive all'esplosione, chi potesse essere il mandante dell'aggressione.
"È intuibile che dopo l'attentato Ranucci avesse capito chi fosse il mandante", ha aggiunto l'avvocato, lasciando intendere come la richiesta di potenziamento della protezione, avanzata dallo stesso Ranucci, rappresenti un indizio fondamentale per ricostruire il quadro delle conoscenze e dei sospetti maturati dalla vittima nei giorni successivi all'attentato. Un passaggio, questo, che la difesa intende utilizzare per ridimensionare la posizione di Lavitola, sostenendo l'assenza di un effettivo pericolo e la scarsa determinatezza delle prove a suo carico.
La posizione degli esecutori materiali
Un altro tassello della strategia difensiva riguarda la ricostruzione delle modalità dell'aggressione e delle intenzioni dei diretti esecutori dell'attentato, le cui dichiarazioni sarebbero in parziale contraddizione con l'impianto accusatorio. Sempre secondo quanto riferito dall'avvocato Cola, gli stessi coimputati, ovvero coloro che materialmente hanno collocato l'ordigno nei pressi dell'abitazione di Ranucci, avrebbero sostenuto di non aver avuto "alcuna intenzione di far del male" al giornalista, come si evincerebbe dalle modalità con cui è stata effettuata l'esplosione.
Un argomento che la difesa intende utilizzare per dimostrare la sproporzione tra l'accusa di tentato omicidio e la reale portata dell'evento, contestando al contempo la ricostruzione fornita dagli inquirenti circa la pericolosità dell'azione e la consapevolezza, da parte di Lavitola, delle possibili conseguenze del gesto.
Il contesto dell'indagine e la vicenda giudiziaria
L'inchiesta, condotta dalla procura di Roma e che ha portato all'arresto di Lavitola con l'accusa di essere il mandante dell'attentato, ha aperto nelle ultime ore nuovi scenari sia sul piano investigativo che su quello squisitamente processuale, con la difesa che prova a giocare la carta della debolezza probatoria.
La procura, forte delle dichiarazioni rese da Lavitola stesso nelle fasi iniziali dell'indagine e dei riscontri forniti dagli accertamenti tecnici, aveva ottenuto dal gip l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, successivamente convalidata dal tribunale del riesame che aveva rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dai legali.
La difesa, tuttavia, non ha intenzione di fermarsi e la nuova richiesta di riesame, unita alla possibilità di un nuovo interrogatorio del detenuto, potrebbe rappresentare un tentativo, seppur complesso, di scardinare l'impianto accusatorio costruito dai magistrati, mettendo in discussione la gravità degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari che avevano giustificato la misura restrittiva.
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